sottotitolo

SOLO X MAGGIORENNI MOLTO ACCOMPAGNATI

lunedì 22 agosto 2011

La passera allo spiedo.


Andiamo, adelante, andiamo, la Palestina ci aspetta. Le divine imprese sono le migliori, squarti, stupri, arraffi di ricchezze, e invece di nuocere all'anima tua apparecchi, per quando giungerà il momento, il rimbalzo in paradiso. Un vero sollazzo, ogni gesto è già perdonato, è puro e salvifico, anche recarsi al lupanare, strozzarsi col vino, masturbarsi a due mani, malmenare preti, bestemmiare contro il cielo. E poiché avviandomi verso le Terre Sante sono già tecnicamente in missione per conto di Dio, mi sento areolato di santità e di invincibilità. E' fuori discussione, Dio è con me.
Dopo giorni di viaggio fra i monti, lungo la via al di sotto di una selva in tal modo fitta e buia che non è mai davvero giorno, scorgo in basso un'ampia radura baciata dal sole del meriggio. Il luogo ideale ove sostare per ritemprare animo e stomaco.
Quando mancano ormai pochi passi, per uscire dalle ombre della boscaglia ed addentrarsi nel cerchio di luce, scorgo una copia di cervi copulare con furia. Afferro l'arco e incocco la freccia, mi accorgo allora della dama riccamente abbigliata che al limitare del bosco osserva il fornicare animale, e che vesti alzate si masturba frenetica.
Prendo con cura la mira, lascio il dardo che rapido e preciso raggiunge la gola del cervo maschio, che rantola sprizzando sangue. Le zampe anteriori flettono, il capo frulla come per lagnanza al fato. Quindi l'animale frana su un fianco fino a schiantare a terra, trascina con sé la femmina cuciti ancora come sono dai rispettivi sessi. Se mi sbrigo posso sgozzare la cerva prima che riesca a sciogliere l'abbraccio dell'amante. Una freccia due prede, un colpo mirabile da narrare nelle notti invernali.
Mentre finisco entrambi gli animali tengo d'occhio la madama, che sgomenta e furiosa sembra non riuscire a risolvere se fuggire o aggredirmi.
Slaccio il cinturone, lascio cadere a terra le armi, apro la patta ed estraggo la mia spada più affilata. La dama decide per la fuga ma impedita com'è dalla lunga veste turchina e dalla costituzione paffuta è subito raggiunta.
E' pugnace ma debole, graffia e morde eccitandomi ulteriormente. Lancia occhiate di fuoco, pronuncia oscure parole che hanno tutta l'aria di essere formule magiche. Distolgo lo sguardo e la rigiro di culo, le sollevo la veste e mi servo di lei come i cafoni delle pecore.
Ha natiche grasse e soffici di un pallore perfetto, mammelle grandi e molli che non riesco a fermare nelle mani. Non appartiene alla razza delle puledre nervose ma a quella delle placide porcastre, vagabondare nel suo grembo è piacevole e assai dolce.
I di lei improperi e la furia resistente aggiungono alla miscela saporosa quell'asprigno che ci vuole nella preda silvana. E' cacciagione da frollare ben bene, è certo una cinghiala, oltre che dalla forma la riconosco come tale dai grugniti che emette quando glielo pianto in culo e la fotto senza risparmio.
Sono Fata Guardona” dice mentre affonda le zanne in profondità nella polpa del cervo. “Ho il potere di trasformarti in qualsiasi animale. Bastano poche parole e alcuni gesti e ti troveresti ad esprimerti a versi. Potresti mugghiare come il bue, zigare come il coniglio, chioccolare come il fringuello, paupulare come il pavone, goglottare come il tacchino”.
Ho capito,” rispondo “ potrei bramare come una coppia di cervi in amorose effusioni e accendere i tuoi sensi. Ma tu lo sai di essere una bella troiona?”.
La Fata Guardona ride compiaciuta in modo così gaio, limpido e soddisfatto, che lasciato cadere il cosciotto estraggo la nerchia e con quella le spazzolo i denti. Lei solleva le vesti, si arrovescia sul prato, spalanca cosce e fica, mi si offre ghignando.
Si potrebbe condividere un poco di strada, valente cavaliere, voi siete certo scorta virile e adeguata”.
Ove vi recate, madonna mia, così solitaria?”.
Sono diretta al maniero di madonna Abelarda, ove dimoro abitualmente. La signora è creatura amabile, che certo vi offrirebbe adeguata ospitalità.
Molto meglio di no” rispondo raggelato.

giovedì 18 agosto 2011

La micia in brodo.

Viaggio giorno e notte, nella pioggia e nel sole, solo e ramingo. E' questione di vita o di morte. Sverginare una dama senza il suo consenso è cosa assai pericolosa se ella dispone di parenti armati. Non mi lagno, da tempo rinviavo il mio viaggio in Palestina, e il clima delle terre del nord non è consono come un tempo alle mie ossa.
Dormire nei boschi è scomodo, infracida le carni e intacca il vigore, perciò quando intravvedo nelle brume della sera le luci tremule di un villaggio il cuore sobbalza, lo stomaco e il sedere intonano un inno di ringraziamento.
Le strade sono un pantano, le abitazioni spelonche, il cane bastardo che mi segue lingua penzoloni è smunto, ha l'aria di chiedere lui ospitalità a me. Non pare proprio il luogo acconcio per un pellegrino bagnato ed affamato. Decido di accontentarmi di una stalla, anche solo di una tettoia, di rosicchiare all'asciutto il mio ultimo tozzo di pane secco quando mi trovo innanzi un gobbo, che ignaro della mia presenza mi precede nella via facendosi luce con una lanterna.
E' il primo cristiano del villaggio che scorgo, è pure gobbo, decido di seguitarlo a vedere se vi posso cogliere una mollica di fortuna. Dopo una cinquantina di metri si ferma all'uscio di una dimora rispettabile, una serva barbuta apre, io ne approfitto per palesarmi e chiedere cortese ospitalità.
Due ore dopo satollo, e un tantino ebbro, sorseggio un valente distillato accomodato davanti al fuoco ricoperto da vesti asciutte. Silente osservo le fiamme danzare nell'aria e ascolto il mio ospite discettare di filosofia. Non è cosa da cavalieri come il versificare eppure l'animo ne gode.
Il mio ospite è Messer Leopardo, notabile del miserabile paese, nobile di piccolo lignaggio e finissimo cinico. A causa della forma ingrata e ridicola che la natura gli ha riservato, egli si trova impedito nelle cose della vita e rifiutato dall'amore. Vive lo strazio della solitudine, lui che ha il cuore tenero e modellato sulle esigenze degli affetti, soffre così di un'infelicità senza rimedi.
A dare retta a lui venire al mondo è come coricarsi in un letto troppo duro, che impedisce ogni comodità, obbligando così ad un continuo mutare di posizione nella speranza di trovare sollievo, di afferrare il sonno, inutilmente, finché giunta l'ora, stanchi e indolenziti, ci si leva alla morte.
Oh, che orribili credenze, deboli e ritorte su sé stesse, così diverse dalla mia visione lucida e potente.
Decido di aiutare il mio cordiale ospite come ne sono capace, di intrudere della brace nelle sue vene, di invitarlo a casino. Se paga lui però.

La stanza è così bassa che mentre stantuffo la rossa lentigginosa sotto di me devo badare a non battere il cranio contro le travi del soffitto. Il letto non è certo di piume, le coperte sono sozze e sicuro cimiciose, nell'angolo alla luce della candela intravvedo l'occhio lucido di un sorcio che mi osserva con disprezzo. La ragazza però è un incanto, giovane e seducente, pulita e fragrante.
Affianco, sul medesimo letto, messere Leopardo ciancia mentre fotte la genitrice della rossa, una biondastra rachitica ma chiattona, quasi senza denti. Lui l'ha preferita, dice che i piaceri sono per gli uomini il male peggiore, la memoria di essi rovina i giorni futuri fino alla morte. Eppoi le sdentate sono ovunque rinomate come le migliori in fatto di pompe.
Il piacere è sempre passato o futuro, non è mai presente” seguita mentre penetra un culo grosso come un continente.
Io mi lavoro la rossa con calma, la testa però mi ronza, sono distratto da riflessioni cupe.
Principi o servi temiamo la morte, vorremmo un'altra vita a disposizione dopo quella che la natura ci ha concesso. Non abbiamo desiderio più grande. Ma solo perché vagheggiamo illusorie ore felici. Nessuno, neppure l'Imperatore, sapendo di incorrere negli stessi giorni intrisi di dolori e noia vorrebbe tornare indietro. No, meglio la morte. Sì, così, stringi le natiche. Fammi un pompino con il buco del culo”.
La rossa è selvaggina che fugge svelta nella selva, quando credi di averla raggiunta allunga il passo e ti lascia indietro a cercarne le orme. La sua vagina mi fa uscire di senno, le sue labbra avvinghiate al piacere mi fanno esplodere, le sue cosce allacciate strette ai miei fianchi mi incitano a fotterla in profondità. Le sollevo le natiche fradice di sudore e di umori, i suoi piedi accarezzano ora le mie orecchie. Colpisco lento, forte e preciso. Ad ogni botta lei sussulta e si lamenta, poi inizia a godere piano, poi urla e si dice insaziabile, ma colpo dopo colpo colmo ogni crespa delle sue voglie. Quando strilla per l'orgasmo finale è come se le nuvole sciogliessero un temporale dentro la stanza, nelle orecchie odo la romba e il semibuio è violentato dallo scoccare dei lampi.
La vita è un trucco, moneta falsa. Combatti duro rimandando il momento del premio, ma quel giorno non arriverà mai. Quando apri la borsa l'oro è solo sterco. Beate le bestie che lavorano operose senza aspettarsi niente, inconsapevoli persino della propria infelicità. Questo è il massimo dono che la natura riserva ai suoi figli, l'illusione e la stoltezza” continua a ciarlare messere Leopardo mentre frangola nel buco nero fra le chiappe della troia annoiata.
Quando lo tira fuori non si capisce se lui ha goduto o meno, non vi e traccia di seme, ma di merda sì, tanta. Si afferra la minchia ancora tesa con entrambe le mani così da sporcarle, poi si spalma la porcheria sul viso e sul petto, infine si lecca le dieci dita. Un esercizio a me ignoto, certo messere Leopardo si sarà istruito sopra uno dei suoi libri. Mentalmente me lo appunto, potrà tornarmi gradevole e utile in futuro.
Ricorda Primo, intingi sempre quel poco piacere che la vita ti riserva in una abbondante mistura di dolore e disgusto. Ciò ti risparmierà quelle future sofferenze cagionate dai ricordi di piacevolezze troppo intense”.
Io messere Primo Ciaccola mi scuso con il simpatico piccolo pubblico di essermi spinto poco addentro nelle questioni carnali, di avere ospitato invece pensieri da filosofo che non mi si addicono, rinnovo l'appuntamento e vi faccio i più sentiti auguri. Che la pioggia, il freddo e la fame, seppur attrezzate di gambe leste, non vi raggiungano mai.

domenica 7 agosto 2011

La patata arrosto.

I castelli sono mali necessari, proteggono la nostra persona e i nostri beni, presidiano i territori, ma sono scomodi, umidi e fetidi, per questo gli uomini vi costruiscono dentro graziosi giardini olezzanti di buono, ove la madonna del luogo e le altre dama danzano, scherzano gaie, recitano versi in compagnia di cavalieri cortesi, si lasciano andare alle ore liete e ai baci fragranti.
Con indosso il mio abito migliore, in verità l'unico appena decente, i miei guanti in pelle profumata, il mio corpetto di velluto ricamato, vado eseguendo eleganti figure di ballo con gli occhi incollati alle beltà della giovane quattordicenne Cappucetta Rotta, testé giunta in visita dal cugino Rinaldo, signore del castello.
E' un buon partito dicono, certo è un' appetitoso bocconcino, il viso tondo ornato da guance naturalmente rubizze e lucide come ciliege mature, gli occhi carbonelli, due meloncine bianchissime e sode. Quando ride mostra oltre le labbra piene steccati di perla e una lingua puntuta che sembra creata apposta per le parole maliziose e i giochi arditi.
In un angolo discreto del giardino, dopo alcuni boccali di sidro dolce, la puledra Rotta alza l'abito e mostra con orgoglio un cespuglio di pelo delle dimensioni di un gattino. Mai visto un simile fenomeno, l'ottava meraviglia, una matassa morbida che prendo a pettinare con la punta delle dita.
Lei ride, io discosto con delicatezza le labbra della fessura, porto alla luce una ferita rossa come fiamma ma bagnata come mare. Basta questo delicato maneggio per produrre nella carne di Rotta sussulti e brividi, e dalla sua bocca ansare e gemere.
Riesco a fare entrare un unico dito, la bimba è scossa dalle onde dell'orgasmo, strilla, preme forte sulla mia mano che ormai annega negli umori. L'aria s'impregna dell'olezzo del suo piacere, non del tutto gradevole, come di pesce morto in acque basse.
Affido il mio duro affare alle cure delle sue tenere mani, le mordo le labbra e la lingua, lei frigna, mi desidera, m'invoca, ma non mi vuole nel suo pagliaio, si dice vergine, si conserva per lo sposo. O anima bennata.
Si volta e mi offre il culo tondo e grasso come oca, mi sputacchio sul cazzo e l'appoggio sull'occhio deretano. Provo e riprovo, niente daffare, non riesco ad entrare, se spingo lei si allontana, sente male, le brucia, le pare che si rompa.
Scarso di pazienza come sono medito di volgere l'impresa ad una più agevole pompa quando una dame sconosciuta scivola nella scena. Si presenta come madonna Abelarda, nonna affezionatissima di Cappuccetta Rotta.
Subito mi punge nell'orgoglio, dice “troppo facile dispensare piacere ad una giovane inesperta, ma con una donna matura riuscirebbe il messere nel cimento di soddisfarne le voglie?”.
Oddio non è altrettanto bella ma lo spadone è ormai sfoderato, rispondo dunque a tono, appena piccato che si possa di me dubitare. “Posso fare di meglio, madonna bella, posso appagare entrambe, il tenero bocciolo e la mirabile rosa dischiusa”.
Donna Abelarda si getta all'istante in ginocchio, incomincia a succhiarlo con mirabile perizia, più che madonna pare una baldracca da lupanare.
La nipote richiede la sua parte ma l'ava la scaccia, “sciò tu che hai tempo”.
Abelarda si corica fra le siepi fiorite, incurante delle spine, allarga le cosce bianche, spalanca la fica con le mani e si offre.
Indugio in piedi per osservarne la smania, sono il signore di codesto momento quindi signoreggio. Con calma faccio disporre Rotta a gambe larghe sopra la nonna, sicché io accomodandomi fra le cosce molli di quella possa leccare la giovane vulva fetida.
L'impresa è certo nobile ma perigliosa, madonna Abelarda ha il diavolo nella fregna e invoca l'acqua santa, come un'indemoniata strepita, graffia e morde, e mai si sazia. Le ampolle mi scoppiano, la sborra scalpita, ma tengo il morso a freno, pavento che venirmene ora equivarrebbe ad una sconfitta, l'ava s'infurierebbe, di me riderebbe.
Risolvo di uscire e di lavorare la prugna con le dita, ma lei invoca la mano, il pugno, il cazzotto. L'accontento pronto ma quella ora vuole di più, entro fino al polso, ma lei ne vuole ancora, senza accorgermene nella fica ingorda smarrisco mezzo braccio.
Intanto Rotta mi lecca i testicoli e mi titilla l'ano con le dita. Non so se è armeggio consono ad un virile cavaliere ma, poiché certo non è sodomia e la ragazza è naturalmente glabra, risolvo di dilettarmi del gioco.
Finalmente nonna Abelarda raggiunge l'orgasmo fra soffi, rantoli e bestemmie che scuriscono finanche il cielo. Provo l'impulso di otturare le orecchie vergini della piccina, ma quella distesa sul dorso fra le mie possenti cosce è così presa ad ingollare il cazzo che non vi presta certo attenzione.
La parte più rischiosa della battaglia è stata condotta a buon fine, non resta che fare godere Cappuccetta Rotta per incoronarmi la cappella con il lauro della vittoria. Estraggo il braccio fradicio di umori e sangue dalla fica della nonna e lo faccio leccare alla nipote. Quindi la posiziono alla pecorina, la cappella traccia cerchi rassicuranti a corona dell'ano, è solo una finta, prese le misure con un solo colpo di reni penetro nella fica fino all'elsa, sconquasso le teneri carne mentre l'uccello sputa litri di seme e Cappuccetta ulula alla luna.
Il vostro devoto Primo Ciaccola vi saluta, vi da appuntamento più in là, lungo la strada, dove intorno al fuoco, con l'aiuto di una coppa colma, potremmo ancora scaldarci il cuore al ritmo del mio ciarlare.