Viaggio giorno e notte, nella pioggia e nel sole, solo e ramingo. E' questione di vita o di morte. Sverginare una dama senza il suo consenso è cosa assai pericolosa se ella dispone di parenti armati. Non mi lagno, da tempo rinviavo il mio viaggio in Palestina, e il clima delle terre del nord non è consono come un tempo alle mie ossa.Dormire nei boschi è scomodo, infracida le carni e intacca il vigore, perciò quando intravvedo nelle brume della sera le luci tremule di un villaggio il cuore sobbalza, lo stomaco e il sedere intonano un inno di ringraziamento.
Le strade sono un pantano, le abitazioni spelonche, il cane bastardo che mi segue lingua penzoloni è smunto, ha l'aria di chiedere lui ospitalità a me. Non pare proprio il luogo acconcio per un pellegrino bagnato ed affamato. Decido di accontentarmi di una stalla, anche solo di una tettoia, di rosicchiare all'asciutto il mio ultimo tozzo di pane secco quando mi trovo innanzi un gobbo, che ignaro della mia presenza mi precede nella via facendosi luce con una lanterna.
E' il primo cristiano del villaggio che scorgo, è pure gobbo, decido di seguitarlo a vedere se vi posso cogliere una mollica di fortuna. Dopo una cinquantina di metri si ferma all'uscio di una dimora rispettabile, una serva barbuta apre, io ne approfitto per palesarmi e chiedere cortese ospitalità.
Due ore dopo satollo, e un tantino ebbro, sorseggio un valente distillato accomodato davanti al fuoco ricoperto da vesti asciutte. Silente osservo le fiamme danzare nell'aria e ascolto il mio ospite discettare di filosofia. Non è cosa da cavalieri come il versificare eppure l'animo ne gode.
Il mio ospite è Messer Leopardo, notabile del miserabile paese, nobile di piccolo lignaggio e finissimo cinico. A causa della forma ingrata e ridicola che la natura gli ha riservato, egli si trova impedito nelle cose della vita e rifiutato dall'amore. Vive lo strazio della solitudine, lui che ha il cuore tenero e modellato sulle esigenze degli affetti, soffre così di un'infelicità senza rimedi.
A dare retta a lui venire al mondo è come coricarsi in un letto troppo duro, che impedisce ogni comodità, obbligando così ad un continuo mutare di posizione nella speranza di trovare sollievo, di afferrare il sonno, inutilmente, finché giunta l'ora, stanchi e indolenziti, ci si leva alla morte.
Oh, che orribili credenze, deboli e ritorte su sé stesse, così diverse dalla mia visione lucida e potente.
Decido di aiutare il mio cordiale ospite come ne sono capace, di intrudere della brace nelle sue vene, di invitarlo a casino. Se paga lui però.
La stanza è così bassa che mentre stantuffo la rossa lentigginosa sotto di me devo badare a non battere il cranio contro le travi del soffitto. Il letto non è certo di piume, le coperte sono sozze e sicuro cimiciose, nell'angolo alla luce della candela intravvedo l'occhio lucido di un sorcio che mi osserva con disprezzo. La ragazza però è un incanto, giovane e seducente, pulita e fragrante.
Affianco, sul medesimo letto, messere Leopardo ciancia mentre fotte la genitrice della rossa, una biondastra rachitica ma chiattona, quasi senza denti. Lui l'ha preferita, dice che i piaceri sono per gli uomini il male peggiore, la memoria di essi rovina i giorni futuri fino alla morte. Eppoi le sdentate sono ovunque rinomate come le migliori in fatto di pompe.
“Il piacere è sempre passato o futuro, non è mai presente” seguita mentre penetra un culo grosso come un continente.
Io mi lavoro la rossa con calma, la testa però mi ronza, sono distratto da riflessioni cupe.
“Principi o servi temiamo la morte, vorremmo un'altra vita a disposizione dopo quella che la natura ci ha concesso. Non abbiamo desiderio più grande. Ma solo perché vagheggiamo illusorie ore felici. Nessuno, neppure l'Imperatore, sapendo di incorrere negli stessi giorni intrisi di dolori e noia vorrebbe tornare indietro. No, meglio la morte. Sì, così, stringi le natiche. Fammi un pompino con il buco del culo”.
La rossa è selvaggina che fugge svelta nella selva, quando credi di averla raggiunta allunga il passo e ti lascia indietro a cercarne le orme. La sua vagina mi fa uscire di senno, le sue labbra avvinghiate al piacere mi fanno esplodere, le sue cosce allacciate strette ai miei fianchi mi incitano a fotterla in profondità. Le sollevo le natiche fradice di sudore e di umori, i suoi piedi accarezzano ora le mie orecchie. Colpisco lento, forte e preciso. Ad ogni botta lei sussulta e si lamenta, poi inizia a godere piano, poi urla e si dice insaziabile, ma colpo dopo colpo colmo ogni crespa delle sue voglie. Quando strilla per l'orgasmo finale è come se le nuvole sciogliessero un temporale dentro la stanza, nelle orecchie odo la romba e il semibuio è violentato dallo scoccare dei lampi. “La vita è un trucco, moneta falsa. Combatti duro rimandando il momento del premio, ma quel giorno non arriverà mai. Quando apri la borsa l'oro è solo sterco. Beate le bestie che lavorano operose senza aspettarsi niente, inconsapevoli persino della propria infelicità. Questo è il massimo dono che la natura riserva ai suoi figli, l'illusione e la stoltezza” continua a ciarlare messere Leopardo mentre frangola nel buco nero fra le chiappe della troia annoiata.
Quando lo tira fuori non si capisce se lui ha goduto o meno, non vi e traccia di seme, ma di merda sì, tanta. Si afferra la minchia ancora tesa con entrambe le mani così da sporcarle, poi si spalma la porcheria sul viso e sul petto, infine si lecca le dieci dita. Un esercizio a me ignoto, certo messere Leopardo si sarà istruito sopra uno dei suoi libri. Mentalmente me lo appunto, potrà tornarmi gradevole e utile in futuro.
“Ricorda Primo, intingi sempre quel poco piacere che la vita ti riserva in una abbondante mistura di dolore e disgusto. Ciò ti risparmierà quelle future sofferenze cagionate dai ricordi di piacevolezze troppo intense”.
Io messere Primo Ciaccola mi scuso con il simpatico piccolo pubblico di essermi spinto poco addentro nelle questioni carnali, di avere ospitato invece pensieri da filosofo che non mi si addicono, rinnovo l'appuntamento e vi faccio i più sentiti auguri. Che la pioggia, il freddo e la fame, seppur attrezzate di gambe leste, non vi raggiungano mai.
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