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SOLO X MAGGIORENNI MOLTO ACCOMPAGNATI

martedì 27 settembre 2011

Il salame a fette.



Ho la morte nel cuore, quale fosco destino oltre la curva mi attende? Da quale infinita serie di tribolazioni sarà ora la mia realtà composta? Niente più Palestina, niente più gloria, né guerresca e pugnace, né lirica e cortese. Addio belle dame, che mi allietaste l'animo e la carne nei trascorsi lieti giorni, addio coppe ricolme di nettare rosso, addio mense traboccanti leccornie infinite attorniate da festanti compari. Mai più serenate nel chiarore lunare in competizione con il baccano di grilli e cicale. Lagrime e sangue invece, fino al fondo dei miei giorni.
Non mi capacito, l'identica selva di dilette fronde ora è fosca, il medesimo fulgido cielo va covando tempeste, la stessa salubre aria ora fiato amara. Come tutto mi appare diverso, legato a mo di salame in sella al mio possente Aldobrando, blasonato corsiero se mai ce ne furono, gentile e alato compagno. Ma ora che lo cavalco prigioniero può dirsi egli ancora mio?
Maledetta Fata Guardona, zoccolaccia schifosa, che mi ha venduto alla mia mortale nemica, madonna Abelarda, per un meschino giaciglio prossimo al fuoco del camino. In me la maledico, la prostituta babilonica, mentre le guardie mi scortano al maniero fra i lazzi salaci e impudenti, ridendo della gogna e dell'evirazione che colà mi attendono, e chiamando “ferro gentile” l'ascia bipenne che in mano al boia infine mi decollerà.

-Messere Primo Ciaccola, figlio di un vomito di porco, ben ritrovato, chi non muore si rivede.
La voce beffarda di madonna Abelarda s'introduce violenta nel buio della mia esistenza. Le sue parole ardono più del sale sparso sulla ferita, tendo i muscoli, strattono le catene, ma è inutile, legato per i polsi come sono al solido palo.
-Defraudandola della verginità hai disonorato mia nipote Cappuccetta, e me con lei. Ma ne pagherai il prezzo per intero, più i giudaici interessi. Che in fatto di sangue e vendetta, madonna Abelarda non è seconda a nessuno, neppure all'impietoso popolo che ebbe l'ardire di crocifiggere Nostro Signore.
Maledetta Abelarda, ultra bagascia nonna di bagascia. Scelgo di non ascoltare, volgo piuttosto l'attenzione al tanfo di latrina vecchia che fermenta nelle segrete dove mi trovo, me ne empio i polmoni, l'assaporo come fosse fragranza di giovani carni.
L'ava mi fissa maligna, vuole intimorire me che ero prossimo ad affrontare il ghigno moresco e infedele. Una simile sgualdrina da lupanare potrebbe, se giovane, al più impressionarmi il membro.
Mi schiaffeggia, mi prende a pedate, mi chiama “stupido mulo”, “cane rognoso che persino le pulci disdegnano”. Con il nerbo mi sferza la groppa, non un gemito sfugge alle mie labbra, mi graffia il viso, mi morde le cosce. Poi lecca le ferite, si nutre del sangue, intanto la la mano scivola dentro i calzoni e s'afferra al pene che si scalda e gonfia.
Mi chiama “porco marrano”, mi strappa le braghe, mi lavora l'ano con le dita, poi con un duro e grosso manico di legno. Fa male tanto, sento il bruciore delle ferite che si aprono, ma non soddisfo la sua avidità di codardia prorompendo in lamenti. E muto rimango quando la lingua s'insinua frenetica nel culo, mentre le labbra aspirano e bevono. L'ava la sento gemere rauca.
Madonna Abelarda s'inginocchia, mi fa una pompa convulsa mentre con la mano intera si pastrugna spasmodica il ventre. Oh, le femmine, questo solo so di loro, di non sapere nulla.
Quindi si arrampica su di me, le braccia allacciate al collo, le gambe strette intorno ai fianchi, e sbatte, invoca a turno gli angeli del paradiso ed i diavoli infernali. Lo sciacquio della sua fossa fracida è coperto solo dall'ululo di lupa viziosa.
La vile Abelarda raggiunge il limitare dell'orgasmo, la le carne vibra tesa come vela al vento, io mollo le cime e invado la fica con un lungo fiotto di sborra densa.
Si rassetta le vesti, mi guarda dura e imperiosa, il labbro a comporre riccioli di disprezzo.
-Se vuoi salvare l'asta e le palle sposi subito mia nipote Cappuccetta. Prima che il ventre suo, gonfiando a cocomero, riveli a tutti la sua vergogna.
Dall'alto degli spalti, dietro le mura merlate, osservo il ricco contado estendersi fino a dove giunge l'occhio. Natura selvaggia addomesticata, mutata dalla fatica degli uomini in grassi poderi.
Sono il maschio del castello ora, non comando, obbedisco piuttosto, ma all'asciutto fra le mollezze degli agi e le reverenze dei servi. Ho destrieri e armature lucenti, faretre colme, e sempre ho cura che il vino trabocchi dalla coppa. Ho una giovane e leggiadra moglie, che è piacevole accarezzare. Nel grembo ha una mia pagnotta che presto sfornerà.
L'accordo stipulato con madonna Abelarda ha un codicillo segreto, che prescrive diverse ripassate settimanali alla sua lucida fica. Non è un onere gravoso. Uno scambio clandestino di umori lo gestisco con Fata Guardona, e qualche mercato improvvisato lo organizzo pure con le servette di cucina.
Oh sì, vivere è bello e dolce assai, ma un sentimento pure mi tormenta, le sabbie di Palestina mi chiamano, per ora resisto, anche per scoprire gli occhi e le tenere carni della mia progenie, ma in seguito...

Sudato mi desto dal sogno, mi sollevo nel nero della selva, un cervo luminoso si avvicina e mi parla di lei. La terra si apre e m'ingoia, ancora mi sveglio e ancora, sempre dentro una novella illusione. Sulla spiaggia rincorro una dama nuda ma si rivela un'ombra, odo fruscii e sibili come di serpe, un leviatano sorge dalle acque. Mi sveglio col cuore impazzito nelle coltri del mio letto, l'aria improvvisa s'illumina, una signora di luce bianca areolata solleva la veste e mostra il sesso peloso. “L'Apocalisse è vicina,” dice, “i mostri invaderanno la terra, Cristo risorgerà per salvare i puri di cuore”. Il mondo è giunto al termine ed io ancora non mi sono salvato. Le trombe dell'Inferno innalzano la loro voce, sollevo la testa dal cuscino, la sveglia lampeggia e suona, in tivù riassumono le notizie del giorno, la crisi è grande, le borse impazziscono, la fine è vicina. Rewind, che il sogno m'inghiotta ancora.

Oggi ci separiamo qui, ma certo lungo la via ancora ci incontreremo, che viandanti nella vita come siamo mai riposiamo. Noi che amiamo i prosciutti grassi, il vino non amaro, le carni giovani e bianche, e che di trottar non siamo mai stanchi, a naso ci scopriamo anche a distanza. Che il cielo sia con tutti noi e mai ci caschi addosso. Alla prossima, bella gente.

1-Le donne, i cavalieri, gli amori, le audaci imprese io canto.
2-La patata arrosto.
3-La micia in brodo.
4-Passera allo spiedo.
5-La topa col buco.
6-La prugna sugosa.
7-Il salame a fette.



!OCCHI FUORI DALLE ORBITE ORA!

martedì 13 settembre 2011

La prugna sugosa.


Il cielo è proprio azzurro cielo, il bosco è di un verde che rinovella l'anima, l'aria profuma come cute d'angelo. Ho la pancia e le bisacce piene, osservo così le bestie nella macchia senza calcolare traiettorie di dardi, pacifico, quieto, come in un sogno lieto il cuore mio intona rime ritmate. Il sole focoso al tramonto, discende, / la casta luna nel blu, ascende, / le stelle brillano di fiamma sparsa, / ma gli occhi tuoi belli mostrano l'anima riarsa.
Non va'. Riproviamo. Il cielo è blu, / ma al mio cuore manchi tu...
Dietro Fata Guardona geme e deplora ogni cosa, è seduta su due morbidi guanciali di piume, ma anche così le parti basse le dolgono assai. Peggio per lei. Anch'io ho i miei tormenti segreti, ma non mi lamento, orgoglioso cavalco assiso su una magnifica pelle d'orso.

Dopo due giorni di cammino lento raggiungiamo la spelonca dei due Andrea, gemelli siamesi, uniti per il buco del culo, sicché uno cacando riempe le viscere dell'altro. Mirabile fenomeno.
Andrea Brocard è di animo squisito, fine poeta lirico, versatile conversatore. Poiché si dice frate lo chiamano Andrea lo Stilita Sodomita. Sodomita sì, ma non per piacere, per martirio. Povero lui, ma poveri pure i cetrioli.
Andrea Guercino è un grand'uomo spiritosissimo, almeno di culo, che la bocca da mane a sera accoppa la lingua nostra. E' lui il guardiano delle sante ossa di Ottonieri, e un perone stringe sempre a sé per rosicchiarlo piano. E' un mostro strano, non pare umano, di certo non è cristiano. Ha testa e cuore di cagno, corpo d'omaccio, terga e cervella di porco. Si è autoproclamato re dei boschi, a me pare piuttosto un diabolico orco.
Mai udito di due gemelli così diversi fra loro. Non opera del divino amore può essere, ma progenie infernale piuttosto, connubio tra megera e satanico rospo.

La sera, intorno al bivacco, che la dimora dei gemelli è spelonca vile assai, di ogni malevole odore satura, a nostro diletto intoniamo canzoni cortesi e poetiamo versi licenziosi.
Attacca Fata Guardona:
Con il turgore del tuo divino amore
spingi l'augello empio e aggressore
entro il minuscolo scrigno,
villoso, vergine e asprigno.
Ma attento, il passo è stretto,
sdrucciolo e trabocchetto”.

Io messere Primo Ciaccola replico:
Vergine tu dici? Stretto?
Ma se è pista battuta da ogni brocchetto,
mandrie di cazzi hanno lasciato segno.
Queste son pulci, qui dello scolo è il regno.
E lavarti potevi, la puzza levare,
che bianca mota fetente devo prima spalare”.

Attacca solenne Andrea Brocard:
Con il tuo glande di mulo
marrano prendimi dal culo,
nel solco fra l'ano e lo scroto
lustrami di sugo devoto.
Cavaliere oscuro ti scongiuro,
te lo radduro, misuro, eppoi trituro”.

Tocca quindi ad Andrea Guercino, che naturale non capisce le regole del gioco:
Ameno arcobaleno
che dimeno nel duodeno senza freno,
osceno ripieno saraceno
che malmeno in un baleno,
alieno che a me incateno.
Nondimeno veleno amareno”.

Di nuovo io, il vostro cavaliere preferito:
Non s'azzarda il mio pagello
a penetrar nel tuo riccioluto vello,
che la vulva ha rosicchiato
il mio dito già malato,
è una topa assai affamata
con il ferro va' forata”.

Riparte Fata Guardona:
Amabile monaco irto
al delicato sapore di mirto,
mai un cazzo cortese
ho palpato con tante pretese.
Se il vile teme il morso muliebre
il culo può farmi a zebre”.

Ci riprova Andrea Brocard:
Beccati la dura lisca
mia bella e porca odalisca,
delle carni frugo nelle cerchia
infilzerò lì la mia nerchia,
per il sugo intingerò la triglia
nella valva della conchiglia”.

Ancora io:
Mona fessa, lucida e pelosa
mostrami la tua gran cosa,
spalanca il buco deretano
sicché io possa infilare il mio banano,
apri tosto la guercia
che ho pronto il mio ramo di quercia”.

Chiosa Andrea Guercino:
Accortino,
l'asinino è un belino bronzino
che lavora di bulino.
E' zampino rigatino,
da inquilino fa' festino nel portellino flaccidino.
Ne fa' budino zuccherino,
giardino farfallino e trastullino.
Occhiolino, bel pecorino”.

Andrea Brocard fa l'inchino e fiata: “ Grazie per l'onore da voi concessomi. Accetto con grazia la vittoria, seppure immeritata, che voi graziosamente mi concedete. Di questa fiorita disfida calzerò in capo il premio. Dunque a me la corona di lauro”.
Ma di cosa vaneggi” risponde Fata Guardona piccata “Ho vinto io. Il mio poetare è assai superiore al tuo”.
Siete entrambi in errore, la vostra superbia vi occlude l'occhio. Sono io delle Muse il favorito. Con voi esercitano al più la pazienza” intervengo io.
Merjndiddmjgaaaarggghhh” esordisce l'altro Andrea, intanto prende a menare fendenti col perone del povero Ottonieri. Fortuna che i colpi raggiungono solo il gemello che schianta a terra trascinandolo con sé.
Io e Fata Guardona c'accapigliamo rotolando nell'erba. E' vero, io son omo garbato che concede con riverenza il passo alla dama, ma questa è questione di principio, inoltre ho maturato doveri e scadenze con la Musa di cui son servitor cortese, lei sì signora virtuosa e arguta.
Nel litigare e strattonare la sacra corona di lauro perde le sue ali, che s'involano in giro come verdi farfalle esauste, defraudandomi della gloria spettantemi come vincitore del poetico tenzone. Al diavolo.

Abbacchiato vi saluto amato pubblico da cui son benvoluto, a rincontrarci presto, lungo il cammin di nostra vita. Cordiali saluti.



!OCCHI FUORI DALLE ORBITE ORA!

mercoledì 7 settembre 2011

La topa col buco in mezzo.

Viaggiare lenti, con abbondanza di cibo, in cortese e arguta compagnia di una madama succhia nerchie, è magnifico. Quasi il massimo nella nostra piccola esistenza. E' l'arte di fra' Michelazzo, andare in giro, bere, poetare e non combinare un cazzo. In fondo è quello che ho sempre fatto.
Ogni sera ne facciamo quattro o cinque nel crepuscolo che si spegne, un paio al mattino nell'alba che cresce, una sveltina nel dopo pranzo prima della pisola. A volte mi sveglio nel buio della notte, con la mente ancora impigliata nei gorghi del sogno, in mezzo ad un mare che mi risucchia nel suo ventre amaro, emergo e realizzo che Fata Guardona mi sta testé spompinando, o già mi è sopra a cavalcioni, il pene ficcato ben dentro alle budella, mi sprona al galoppo serrato. Olè.

Un pomeriggio mi godo la gita sonnecchiando sotto il pino, il clamore di un serraglio mi desta. Pare che ogni animale della foresta strepiti, che ogni fronda sferzi l'aria, che i tronchi si torcano fino a sconquassarsi e schiantino a terra. Il pensiero mi corre ai terremoti, ma invero la terra e il cielo sono gli unici a mostrarsi fissi e tranquilli.
Quatto procedo nella vegetazione, raggiunta la sommità di una bassa collina scorgo finalmente l'epicentro del fracasso sopranaturale. Un gigantesco uomo verde sta deflorando madama Fata Guardona, che per il dolore piange e si lamenta.
E' davvero un evento prodigioso, non solo per le dimensioni del ribaldo e per il suo incarnato verde pallido, anche perché l'intera foresta è partecipe del carnale abuso. Gli animali e le piante, stretti intorno alla scena, fanno da coro tragico, sottolineano le fasi salienti dell'azione con fragore di battaglia.
Mi scuoto, l'eroe cortese che è in me, in messere Primo Ciaccola, si ridesta e muove di corsa sbraitando e agitando lo spadone, in soccorso della dama bennata.
Il primo pugno incrina lo scudo e mi scaglia a terra, il secondo, deo grazia, mi manca per un crine di cavallo, il terzo... Bhe il terzo è neutralizzato da Fata Guardona, che intima al mostro, Pucci caro, di risparmiarmi la vita.

Il nome del gigante è Farfarello, dal cazzo assai bello, si premura di specificare la porcella. E' verde, è elevato di statura come tre uomini di buona stazza uno sopra l'altro, sicché io arrivo giusto a mordergli i coglioni. E' agilissimo e fornito di un pugno grosso come il mio capo. Potrebbe con facilità spiaccicarmi con un colpo solo se lo volesse. Per questo ho cura di essere sempre un passo dietro a Fata Guardona.
Da tempo i due sono intimi fornicatori, io più non servo come strumento di piacere, posso giusto reggere il lume. Esaminare la sequenza dei fatti, magari.
Fata Guardona è bocconi, spalancata al palo in legno di ciliegio che giunge da dietro, capriola nell'erba in girandole ginniche, volteggia fra le foglie basse, accompagnata dalla gagnòla delle centinaia di volpi che si sono date appuntamento qui per la merenda, dalla gracchia della cornacchia, dai fischi d'incoraggiamento degli storni, dallo schiamazzo del passero solitario.
Fata Guardona scivola sulla stanga sotto una nuvola di piccioni che per l'eccitazione gruga e scagazza, intanto una coppia di pettirossi balza irrequieta fra i rami, uno chiccola, l'altro spittina.
Fata Guardona è di nuovo sotto a belare e brucare l'erba, mentre l'asta scava inedite gallerie nella sua carne, attorniata da intere famiglie di conigli che masticano e zigano, a cinghiali che bofonchiano, a torme di marmotte che fanno la ola.
Io? Io trattengo il fiato, le mani sudate ferme a corona dell'arnese, i glutei sprimacciati dall'orso bruno rugliante.
La lingua grassa di Fata Guardona alliscia il bastone dalla capa grossa, il cielo arrossa a tanto spettacolo, le nubi s'ingrifano, gonfiano nel vento caldo dell'estate, s'agitano e si rimescolano nel riquadro del cielo. Schiocca il fulmine, s'ode la romba, esplode l'astro di fuoco, calano le tenebre, il paesaggio si scioglie in pioggia battente e gode insieme al gigante verde Farfarello.
Io? Io, come si dice, non vendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.
No, cucciolone tenerone, non parlavo di te. Tranquillo”.