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SOLO X MAGGIORENNI MOLTO ACCOMPAGNATI

martedì 13 settembre 2011

La prugna sugosa.


Il cielo è proprio azzurro cielo, il bosco è di un verde che rinovella l'anima, l'aria profuma come cute d'angelo. Ho la pancia e le bisacce piene, osservo così le bestie nella macchia senza calcolare traiettorie di dardi, pacifico, quieto, come in un sogno lieto il cuore mio intona rime ritmate. Il sole focoso al tramonto, discende, / la casta luna nel blu, ascende, / le stelle brillano di fiamma sparsa, / ma gli occhi tuoi belli mostrano l'anima riarsa.
Non va'. Riproviamo. Il cielo è blu, / ma al mio cuore manchi tu...
Dietro Fata Guardona geme e deplora ogni cosa, è seduta su due morbidi guanciali di piume, ma anche così le parti basse le dolgono assai. Peggio per lei. Anch'io ho i miei tormenti segreti, ma non mi lamento, orgoglioso cavalco assiso su una magnifica pelle d'orso.

Dopo due giorni di cammino lento raggiungiamo la spelonca dei due Andrea, gemelli siamesi, uniti per il buco del culo, sicché uno cacando riempe le viscere dell'altro. Mirabile fenomeno.
Andrea Brocard è di animo squisito, fine poeta lirico, versatile conversatore. Poiché si dice frate lo chiamano Andrea lo Stilita Sodomita. Sodomita sì, ma non per piacere, per martirio. Povero lui, ma poveri pure i cetrioli.
Andrea Guercino è un grand'uomo spiritosissimo, almeno di culo, che la bocca da mane a sera accoppa la lingua nostra. E' lui il guardiano delle sante ossa di Ottonieri, e un perone stringe sempre a sé per rosicchiarlo piano. E' un mostro strano, non pare umano, di certo non è cristiano. Ha testa e cuore di cagno, corpo d'omaccio, terga e cervella di porco. Si è autoproclamato re dei boschi, a me pare piuttosto un diabolico orco.
Mai udito di due gemelli così diversi fra loro. Non opera del divino amore può essere, ma progenie infernale piuttosto, connubio tra megera e satanico rospo.

La sera, intorno al bivacco, che la dimora dei gemelli è spelonca vile assai, di ogni malevole odore satura, a nostro diletto intoniamo canzoni cortesi e poetiamo versi licenziosi.
Attacca Fata Guardona:
Con il turgore del tuo divino amore
spingi l'augello empio e aggressore
entro il minuscolo scrigno,
villoso, vergine e asprigno.
Ma attento, il passo è stretto,
sdrucciolo e trabocchetto”.

Io messere Primo Ciaccola replico:
Vergine tu dici? Stretto?
Ma se è pista battuta da ogni brocchetto,
mandrie di cazzi hanno lasciato segno.
Queste son pulci, qui dello scolo è il regno.
E lavarti potevi, la puzza levare,
che bianca mota fetente devo prima spalare”.

Attacca solenne Andrea Brocard:
Con il tuo glande di mulo
marrano prendimi dal culo,
nel solco fra l'ano e lo scroto
lustrami di sugo devoto.
Cavaliere oscuro ti scongiuro,
te lo radduro, misuro, eppoi trituro”.

Tocca quindi ad Andrea Guercino, che naturale non capisce le regole del gioco:
Ameno arcobaleno
che dimeno nel duodeno senza freno,
osceno ripieno saraceno
che malmeno in un baleno,
alieno che a me incateno.
Nondimeno veleno amareno”.

Di nuovo io, il vostro cavaliere preferito:
Non s'azzarda il mio pagello
a penetrar nel tuo riccioluto vello,
che la vulva ha rosicchiato
il mio dito già malato,
è una topa assai affamata
con il ferro va' forata”.

Riparte Fata Guardona:
Amabile monaco irto
al delicato sapore di mirto,
mai un cazzo cortese
ho palpato con tante pretese.
Se il vile teme il morso muliebre
il culo può farmi a zebre”.

Ci riprova Andrea Brocard:
Beccati la dura lisca
mia bella e porca odalisca,
delle carni frugo nelle cerchia
infilzerò lì la mia nerchia,
per il sugo intingerò la triglia
nella valva della conchiglia”.

Ancora io:
Mona fessa, lucida e pelosa
mostrami la tua gran cosa,
spalanca il buco deretano
sicché io possa infilare il mio banano,
apri tosto la guercia
che ho pronto il mio ramo di quercia”.

Chiosa Andrea Guercino:
Accortino,
l'asinino è un belino bronzino
che lavora di bulino.
E' zampino rigatino,
da inquilino fa' festino nel portellino flaccidino.
Ne fa' budino zuccherino,
giardino farfallino e trastullino.
Occhiolino, bel pecorino”.

Andrea Brocard fa l'inchino e fiata: “ Grazie per l'onore da voi concessomi. Accetto con grazia la vittoria, seppure immeritata, che voi graziosamente mi concedete. Di questa fiorita disfida calzerò in capo il premio. Dunque a me la corona di lauro”.
Ma di cosa vaneggi” risponde Fata Guardona piccata “Ho vinto io. Il mio poetare è assai superiore al tuo”.
Siete entrambi in errore, la vostra superbia vi occlude l'occhio. Sono io delle Muse il favorito. Con voi esercitano al più la pazienza” intervengo io.
Merjndiddmjgaaaarggghhh” esordisce l'altro Andrea, intanto prende a menare fendenti col perone del povero Ottonieri. Fortuna che i colpi raggiungono solo il gemello che schianta a terra trascinandolo con sé.
Io e Fata Guardona c'accapigliamo rotolando nell'erba. E' vero, io son omo garbato che concede con riverenza il passo alla dama, ma questa è questione di principio, inoltre ho maturato doveri e scadenze con la Musa di cui son servitor cortese, lei sì signora virtuosa e arguta.
Nel litigare e strattonare la sacra corona di lauro perde le sue ali, che s'involano in giro come verdi farfalle esauste, defraudandomi della gloria spettantemi come vincitore del poetico tenzone. Al diavolo.

Abbacchiato vi saluto amato pubblico da cui son benvoluto, a rincontrarci presto, lungo il cammin di nostra vita. Cordiali saluti.



!OCCHI FUORI DALLE ORBITE ORA!

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