Viaggiare lenti, con abbondanza di cibo, in cortese e arguta compagnia di una madama succhia nerchie, è magnifico. Quasi il massimo nella nostra piccola esistenza. E' l'arte di fra' Michelazzo, andare in giro, bere, poetare e non combinare un cazzo. In fondo è quello che ho sempre fatto. Ogni sera ne facciamo quattro o cinque nel crepuscolo che si spegne, un paio al mattino nell'alba che cresce, una sveltina nel dopo pranzo prima della pisola. A volte mi sveglio nel buio della notte, con la mente ancora impigliata nei gorghi del sogno, in mezzo ad un mare che mi risucchia nel suo ventre amaro, emergo e realizzo che Fata Guardona mi sta testé spompinando, o già mi è sopra a cavalcioni, il pene ficcato ben dentro alle budella, mi sprona al galoppo serrato. Olè.
Un pomeriggio mi godo la gita sonnecchiando sotto il pino, il clamore di un serraglio mi desta. Pare che ogni animale della foresta strepiti, che ogni fronda sferzi l'aria, che i tronchi si torcano fino a sconquassarsi e schiantino a terra. Il pensiero mi corre ai terremoti, ma invero la terra e il cielo sono gli unici a mostrarsi fissi e tranquilli.
Quatto procedo nella vegetazione, raggiunta la sommità di una bassa collina scorgo finalmente l'epicentro del fracasso sopranaturale. Un gigantesco uomo verde sta deflorando madama Fata Guardona, che per il dolore piange e si lamenta.
E' davvero un evento prodigioso, non solo per le dimensioni del ribaldo e per il suo incarnato verde pallido, anche perché l'intera foresta è partecipe del carnale abuso. Gli animali e le piante, stretti intorno alla scena, fanno da coro tragico, sottolineano le fasi salienti dell'azione con fragore di battaglia.
Mi scuoto, l'eroe cortese che è in me, in messere Primo Ciaccola, si ridesta e muove di corsa sbraitando e agitando lo spadone, in soccorso della dama bennata.
Il primo pugno incrina lo scudo e mi scaglia a terra, il secondo, deo grazia, mi manca per un crine di cavallo, il terzo... Bhe il terzo è neutralizzato da Fata Guardona, che intima al mostro, Pucci caro, di risparmiarmi la vita.
Il nome del gigante è Farfarello, dal cazzo assai bello, si premura di specificare la porcella. E' verde, è elevato di statura come tre uomini di buona stazza uno sopra l'altro, sicché io arrivo giusto a mordergli i coglioni. E' agilissimo e fornito di un pugno grosso come il mio capo. Potrebbe con facilità spiaccicarmi con un colpo solo se lo volesse. Per questo ho cura di essere sempre un passo dietro a Fata Guardona.
Da tempo i due sono intimi fornicatori, io più non servo come strumento di piacere, posso giusto reggere il lume. Esaminare la sequenza dei fatti, magari.
Fata Guardona è bocconi, spalancata al palo in legno di ciliegio che giunge da dietro, capriola nell'erba in girandole ginniche, volteggia fra le foglie basse, accompagnata dalla gagnòla delle centinaia di volpi che si sono date appuntamento qui per la merenda, dalla gracchia della cornacchia, dai fischi d'incoraggiamento degli storni, dallo schiamazzo del passero solitario.
Fata Guardona scivola sulla stanga sotto una nuvola di piccioni che per l'eccitazione gruga e scagazza, intanto una coppia di pettirossi balza irrequieta fra i rami, uno chiccola, l'altro spittina.
Fata Guardona è di nuovo sotto a belare e brucare l'erba, mentre l'asta scava inedite gallerie nella sua carne, attorniata da intere famiglie di conigli che masticano e zigano, a cinghiali che bofonchiano, a torme di marmotte che fanno la ola.
Io? Io trattengo il fiato, le mani sudate ferme a corona dell'arnese, i glutei sprimacciati dall'orso bruno rugliante.
La lingua grassa di Fata Guardona alliscia il bastone dalla capa grossa, il cielo arrossa a tanto spettacolo, le nubi s'ingrifano, gonfiano nel vento caldo dell'estate, s'agitano e si rimescolano nel riquadro del cielo. Schiocca il fulmine, s'ode la romba, esplode l'astro di fuoco, calano le tenebre, il paesaggio si scioglie in pioggia battente e gode insieme al gigante verde Farfarello.
Io? Io, come si dice, non vendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.
“No, cucciolone tenerone, non parlavo di te. Tranquillo”.
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