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SOLO X MAGGIORENNI MOLTO ACCOMPAGNATI

domenica 7 agosto 2011

La patata arrosto.

I castelli sono mali necessari, proteggono la nostra persona e i nostri beni, presidiano i territori, ma sono scomodi, umidi e fetidi, per questo gli uomini vi costruiscono dentro graziosi giardini olezzanti di buono, ove la madonna del luogo e le altre dama danzano, scherzano gaie, recitano versi in compagnia di cavalieri cortesi, si lasciano andare alle ore liete e ai baci fragranti.
Con indosso il mio abito migliore, in verità l'unico appena decente, i miei guanti in pelle profumata, il mio corpetto di velluto ricamato, vado eseguendo eleganti figure di ballo con gli occhi incollati alle beltà della giovane quattordicenne Cappucetta Rotta, testé giunta in visita dal cugino Rinaldo, signore del castello.
E' un buon partito dicono, certo è un' appetitoso bocconcino, il viso tondo ornato da guance naturalmente rubizze e lucide come ciliege mature, gli occhi carbonelli, due meloncine bianchissime e sode. Quando ride mostra oltre le labbra piene steccati di perla e una lingua puntuta che sembra creata apposta per le parole maliziose e i giochi arditi.
In un angolo discreto del giardino, dopo alcuni boccali di sidro dolce, la puledra Rotta alza l'abito e mostra con orgoglio un cespuglio di pelo delle dimensioni di un gattino. Mai visto un simile fenomeno, l'ottava meraviglia, una matassa morbida che prendo a pettinare con la punta delle dita.
Lei ride, io discosto con delicatezza le labbra della fessura, porto alla luce una ferita rossa come fiamma ma bagnata come mare. Basta questo delicato maneggio per produrre nella carne di Rotta sussulti e brividi, e dalla sua bocca ansare e gemere.
Riesco a fare entrare un unico dito, la bimba è scossa dalle onde dell'orgasmo, strilla, preme forte sulla mia mano che ormai annega negli umori. L'aria s'impregna dell'olezzo del suo piacere, non del tutto gradevole, come di pesce morto in acque basse.
Affido il mio duro affare alle cure delle sue tenere mani, le mordo le labbra e la lingua, lei frigna, mi desidera, m'invoca, ma non mi vuole nel suo pagliaio, si dice vergine, si conserva per lo sposo. O anima bennata.
Si volta e mi offre il culo tondo e grasso come oca, mi sputacchio sul cazzo e l'appoggio sull'occhio deretano. Provo e riprovo, niente daffare, non riesco ad entrare, se spingo lei si allontana, sente male, le brucia, le pare che si rompa.
Scarso di pazienza come sono medito di volgere l'impresa ad una più agevole pompa quando una dame sconosciuta scivola nella scena. Si presenta come madonna Abelarda, nonna affezionatissima di Cappuccetta Rotta.
Subito mi punge nell'orgoglio, dice “troppo facile dispensare piacere ad una giovane inesperta, ma con una donna matura riuscirebbe il messere nel cimento di soddisfarne le voglie?”.
Oddio non è altrettanto bella ma lo spadone è ormai sfoderato, rispondo dunque a tono, appena piccato che si possa di me dubitare. “Posso fare di meglio, madonna bella, posso appagare entrambe, il tenero bocciolo e la mirabile rosa dischiusa”.
Donna Abelarda si getta all'istante in ginocchio, incomincia a succhiarlo con mirabile perizia, più che madonna pare una baldracca da lupanare.
La nipote richiede la sua parte ma l'ava la scaccia, “sciò tu che hai tempo”.
Abelarda si corica fra le siepi fiorite, incurante delle spine, allarga le cosce bianche, spalanca la fica con le mani e si offre.
Indugio in piedi per osservarne la smania, sono il signore di codesto momento quindi signoreggio. Con calma faccio disporre Rotta a gambe larghe sopra la nonna, sicché io accomodandomi fra le cosce molli di quella possa leccare la giovane vulva fetida.
L'impresa è certo nobile ma perigliosa, madonna Abelarda ha il diavolo nella fregna e invoca l'acqua santa, come un'indemoniata strepita, graffia e morde, e mai si sazia. Le ampolle mi scoppiano, la sborra scalpita, ma tengo il morso a freno, pavento che venirmene ora equivarrebbe ad una sconfitta, l'ava s'infurierebbe, di me riderebbe.
Risolvo di uscire e di lavorare la prugna con le dita, ma lei invoca la mano, il pugno, il cazzotto. L'accontento pronto ma quella ora vuole di più, entro fino al polso, ma lei ne vuole ancora, senza accorgermene nella fica ingorda smarrisco mezzo braccio.
Intanto Rotta mi lecca i testicoli e mi titilla l'ano con le dita. Non so se è armeggio consono ad un virile cavaliere ma, poiché certo non è sodomia e la ragazza è naturalmente glabra, risolvo di dilettarmi del gioco.
Finalmente nonna Abelarda raggiunge l'orgasmo fra soffi, rantoli e bestemmie che scuriscono finanche il cielo. Provo l'impulso di otturare le orecchie vergini della piccina, ma quella distesa sul dorso fra le mie possenti cosce è così presa ad ingollare il cazzo che non vi presta certo attenzione.
La parte più rischiosa della battaglia è stata condotta a buon fine, non resta che fare godere Cappuccetta Rotta per incoronarmi la cappella con il lauro della vittoria. Estraggo il braccio fradicio di umori e sangue dalla fica della nonna e lo faccio leccare alla nipote. Quindi la posiziono alla pecorina, la cappella traccia cerchi rassicuranti a corona dell'ano, è solo una finta, prese le misure con un solo colpo di reni penetro nella fica fino all'elsa, sconquasso le teneri carne mentre l'uccello sputa litri di seme e Cappuccetta ulula alla luna.
Il vostro devoto Primo Ciaccola vi saluta, vi da appuntamento più in là, lungo la strada, dove intorno al fuoco, con l'aiuto di una coppa colma, potremmo ancora scaldarci il cuore al ritmo del mio ciarlare.

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