Questa è la storia che non è mai accaduta, non c'era una volta, ne c'è ora. Se davvero le cose dovessero andare male, come gli araldi vanno annunciando per le contrade, allora tutto questo che vado a raccontare un giorno accadrà. Ma allora voi avrete già scordato tutto, ogni cosa vi parrà nuova e vi riempirà di meraviglia come non l'aveste mai udita.Questa è la storia di Biancaneve Ladovia, della Fata Guardona che viveva nella soffitta del castello della nonna di Cappuccetta Rotta. Questa è la storia del gobbo di Recanati ucciso dai pensieri casti e dalle troppe pippe che incollavano le carte sudate. Qui non ci sono nani, elfi o draghi, ma Principi Azzurrini sempre ingrifati e madamigelle bagnate.
Vi racconterò del gigante verde Farfarello, esperto di arti magiche e menzogne, e delle ossa di Filippo Ottonieri, nato virtuoso, votato alla gloria e a divine imprese, vissuto ozioso e disutile, morto senza fama non ignaro della propria fortuna.
Ricordate, quello che vi vado a narrare è più vero del vero ma ha la consistenza del sogno. Non fatevi ingannare dalla vividezza delle immagini, dalla chiarezza dei suoni, dalla precisione degli odori, ve l'ho detto è reale eppure ha la solidità delle nuvole, ed è altrettanto effimero, quando avrò finito per voi sarà come svegliarvi da un lungo incantevole sonno, avrete scordato tutto, perché quello che là accade qui non lo si può in alcun modo portare.
I corpi visti da vicino sono continenti, sono mondi, immensità che raggelano l'occhio. Le carni nude di Biancaneve Ladovia, distese sul tavolaccio di cucina imbrattato del sangue delle costate di manzo e dei polli decollati, sono una di distesa immacolata da percorrere con l'ardore della lingua, che s'agghiaccia al contatto del manto nevoso. I seni sono colline gemelle sulle cui cime s'elevano due cappelle votive, il ventre è distesa piatta ove indugiare un poco, l'onfalo ripieno della mia saliva è un lago d'incanto. Proseguendo la via la lingua s'impiglia nel boschetto ruvido, spettinato, denso d'alberi e di tane d'animali, e sotto sprofonda nella più notevole delle caverne, un mondo a sé, rugiadoso, caldo, soffocante, rosso, morbido, trepidante.
La sto facendo lunga ma sono un Cavaliere cortese non un cinghiale cafone, non grufolo amo, un po' di poesia è un preliminare necessario, serve a scaldare le dame e a distinguerci dagli animali. Mi sovvengono a tale proposito dei versi garbati adatti al caso, ma lasciamoli andare.
Mi svesto delle armi, sposto la cotta di maglia, estraggo il mio maglio di carne e sangue pulsante, lo spingo nel pertugio della vacca distesa sul tavolo, lo infilo ben dentro la sorca fracida della troia a gambe allargate, sbatto poderoso con clangore di metallo e di carni, con sciaguatti e splasci. Le stoviglie tremolano, il tavolo traballa, sembra volersi schiantare. Bianca sospira, geme, urla. Le serve dietro l'uscio della cucina ridono in risposta.
Dopo le prime irruente mazzate rallento, muovo il mio affare con ritmo lento e preciso, come zangola alle prese con il burro, su e giù, un po' a destra, poi a sinistra, verso il basso e verso l'alto, di storto. Bianca soffia, mi incita con parole che non comprendo, il viso gonfio e arrossato, lucente per lo strato di sudore, pare cotenna di porco bollita.
La rivolto, mi ungo il cazzo già grondante con il grasso e il sangue di manzo, mi afferro alle tette candide, glielo infilo fra le chiappe, ben dentro il culo, con un unico vigoroso colpo, certo bastante a sgroppare una schiera di nemici a cavallo. L'occhiello cede, l'antro si spalanca, Biancaneve urla per il dolore, per il piacere, per il furore. Oh, la vita sa assai bene come celebrarsi.
Estraggo il pene impiastricciato di ciò che è vitale, cioè di merda, sangue, umori femminili, lo meno in bocca a Bianca, gridando con tutto il furore che ho in corpo che è una gran mignotta, una fottuta puttana, una bagascia bagnata, l'ora di poesia è finita, tocca alla ricreazione. Solo allora mi accorgo di una servetta di neanche dieci anni rincantucciata dietro un mastello, osserva la scena con gli occhi lustri e avidi. Oggi ha appreso cos'è l'amore gagliardo, è pure caruccia, se Dio vorrà fra qualche anno farò assaggiare anche a lei la mia lancia.
Intanto il seme sgorga in faccia alla zoccola, zampilla sulle labbra rigonfie, il cielo mi rovina sulle spalle ricurve mentre la puttana si lecca le dita e ride sguaiata. In qualche modo, lei lo sa, ha vinto ancora.
A proposito il mio nome è messere Primo Ciaccola, di nobilissimi natali al momento privo di terre e di rendite, maestro d'armi e d'amore, dedito al vino e al poetare, valoroso e leale cavaliere in procinto di partire per la Terra Santa.
Ma questa è certo un'altra storia, che il qui presente cavaliere sarà onoratissimo di narrarvi alla prossima occasione se avrete la compiacenza di ascoltare. Salute a voi nobili amici.
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