sottotitolo

SOLO X MAGGIORENNI MOLTO ACCOMPAGNATI

sabato 30 luglio 2011

Le donne, i cavalieri, gli amori, le audaci imprese io canto.

Questa è la storia che non è mai accaduta, non c'era una volta, ne c'è ora. Se davvero le cose dovessero andare male, come gli araldi vanno annunciando per le contrade, allora tutto questo che vado a raccontare un giorno accadrà. Ma allora voi avrete già scordato tutto, ogni cosa vi parrà nuova e vi riempirà di meraviglia come non l'aveste mai udita.
Questa è la storia di Biancaneve Ladovia, della Fata Guardona che viveva nella soffitta del castello della nonna di Cappuccetta Rotta. Questa è la storia del gobbo di Recanati ucciso dai pensieri casti e dalle troppe pippe che incollavano le carte sudate. Qui non ci sono nani, elfi o draghi, ma Principi Azzurrini sempre ingrifati e madamigelle bagnate.
Vi racconterò del gigante verde Farfarello, esperto di arti magiche e menzogne, e delle ossa di Filippo Ottonieri, nato virtuoso, votato alla gloria e a divine imprese, vissuto ozioso e disutile, morto senza fama non ignaro della propria fortuna.
Ricordate, quello che vi vado a narrare è più vero del vero ma ha la consistenza del sogno. Non fatevi ingannare dalla vividezza delle immagini, dalla chiarezza dei suoni, dalla precisione degli odori, ve l'ho detto è reale eppure ha la solidità delle nuvole, ed è altrettanto effimero, quando avrò finito per voi sarà come svegliarvi da un lungo incantevole sonno, avrete scordato tutto, perché quello che là accade qui non lo si può in alcun modo portare.

I corpi visti da vicino sono continenti, sono mondi, immensità che raggelano l'occhio. Le carni nude di Biancaneve Ladovia, distese sul tavolaccio di cucina imbrattato del sangue delle costate di manzo e dei polli decollati, sono una di distesa immacolata da percorrere con l'ardore della lingua, che s'agghiaccia al contatto del manto nevoso. I seni sono colline gemelle sulle cui cime s'elevano due cappelle votive, il ventre è distesa piatta ove indugiare un poco, l'onfalo ripieno della mia saliva è un lago d'incanto. Proseguendo la via la lingua s'impiglia nel boschetto ruvido, spettinato, denso d'alberi e di tane d'animali, e sotto sprofonda nella più notevole delle caverne, un mondo a sé, rugiadoso, caldo, soffocante, rosso, morbido, trepidante.
La sto facendo lunga ma sono un Cavaliere cortese non un cinghiale cafone, non grufolo amo, un po' di poesia è un preliminare necessario, serve a scaldare le dame e a distinguerci dagli animali. Mi sovvengono a tale proposito dei versi garbati adatti al caso, ma lasciamoli andare.
Mi svesto delle armi, sposto la cotta di maglia, estraggo il mio maglio di carne e sangue pulsante, lo spingo nel pertugio della vacca distesa sul tavolo, lo infilo ben dentro la sorca fracida della troia a gambe allargate, sbatto poderoso con clangore di metallo e di carni, con sciaguatti e splasci. Le stoviglie tremolano, il tavolo traballa, sembra volersi schiantare. Bianca sospira, geme, urla. Le serve dietro l'uscio della cucina ridono in risposta.
Dopo le prime irruente mazzate rallento, muovo il mio affare con ritmo lento e preciso, come zangola alle prese con il burro, su e giù, un po' a destra, poi a sinistra, verso il basso e verso l'alto, di storto. Bianca soffia, mi incita con parole che non comprendo, il viso gonfio e arrossato, lucente per lo strato di sudore, pare cotenna di porco bollita.
La rivolto, mi ungo il cazzo già grondante con il grasso e il sangue di manzo, mi afferro alle tette candide, glielo infilo fra le chiappe, ben dentro il culo, con un unico vigoroso colpo, certo bastante a sgroppare una schiera di nemici a cavallo. L'occhiello cede, l'antro si spalanca, Biancaneve urla per il dolore, per il piacere, per il furore. Oh, la vita sa assai bene come celebrarsi.
Estraggo il pene impiastricciato di ciò che è vitale, cioè di merda, sangue, umori femminili, lo meno in bocca a Bianca, gridando con tutto il furore che ho in corpo che è una gran mignotta, una fottuta puttana, una bagascia bagnata, l'ora di poesia è finita, tocca alla ricreazione. Solo allora mi accorgo di una servetta di neanche dieci anni rincantucciata dietro un mastello, osserva la scena con gli occhi lustri e avidi. Oggi ha appreso cos'è l'amore gagliardo, è pure caruccia, se Dio vorrà fra qualche anno farò assaggiare anche a lei la mia lancia.
Intanto il seme sgorga in faccia alla zoccola, zampilla sulle labbra rigonfie, il cielo mi rovina sulle spalle ricurve mentre la puttana si lecca le dita e ride sguaiata. In qualche modo, lei lo sa, ha vinto ancora.
A proposito il mio nome è messere Primo Ciaccola, di nobilissimi natali al momento privo di terre e di rendite, maestro d'armi e d'amore, dedito al vino e al poetare, valoroso e leale cavaliere in procinto di partire per la Terra Santa.

Ma questa è certo un'altra storia, che il qui presente cavaliere sarà onoratissimo di narrarvi alla prossima occasione se avrete la compiacenza di ascoltare. Salute a voi nobili amici.

sabato 23 luglio 2011

Fatemi di tutto ma non sborratemi in piscina.

Non posso allontanarmi un attimo. Vado al cesso giusto a pisciare, che a casa mia se ho voglia di coca me la sniffo sulla tavola, torno e Toro Seduto, in piedi, tromba mia moglie distesa bocconi su una distesa di insalata di rognone e tartine assortite. Cazzo, non le avevo neppure assaggiate.

Vado in cucina per una cassa di Cristal, quando rientro in soggiorno trovo Briatore che spompina Johnny Deep, più quella racchia di Cicciolina che ginocchioni supplica per qualche goccia di sperma. Va bene tutto, ma per favore non sporcatemi il tappeto persiano che vale un Perù.

Mi volto un secondo per due chiacchiere simpatiche con Strauss-Kahn, quella super porca di Paris Hilton subito ne approfitta per tirare fuori dalla borsetta una muta di chihuahua assatanati, da cui si fa leccare la splendida fica rosa perfettamente depilata. Bello spettacolo ma quei piccoli bastardi vanno sborrando e pisciando dappertutto.

Le feste mi piacciono, la bella gente mi piace, ma per favore non sgangheratemi la casa. Non mettete le mani sporche di salsa di fragole sul Picasso che neppure l'ho finito di pagare.
Il Monet che tenevo in bagno, sopra la tazza, per colpa delle scoregge schizzose di merda di Bruce Willis è ancora è in tintoria a smacchiare. A parte il fastidio neppure so se posso fidarmi, due giorni fa mi hanno consegnato lo smoking con uno strappo dietro la schiena e senza un bottone.
Che cazzo, la gente oggi non ha più voglia di lavorare, non ci mette la testa. S'impasticcano e non capiscono più niente. Noi drogati della vecchia guardia siamo tutta un'altra cosa. Io per esempio riesco a produrre tre film porno ogni mese e, aggrappatevi all'uccello se lo avete, contemporaneamente. Tosto eh?!

Questo mese stiamo girando 9 settimane meno un quarto, Doppia entrata anale e Penetrazione bagnata degli Ultracazzi.
Di quest'ultimo film sono particolarmente orgoglioso, la star femminile è Adelante detta Tav, acronimo di topa anelante vogliosa. A parte la sceneggiatura che è bellissima, lo scritta io, Adelante merita davvero il suo sopranome. Tav è quella cosa per cui un super cazzo alieno di un metro e mezzo riesce passando attraverso la fregna a eiaculare direttamente in bocca. Uno spettacolo unico.

Mi rollo uno spino sotto la palma di plastica. Mentre fumo provo a meditare sul fine ultimo della vita, non riesco, King Kong fra i rami fa le feste a Tarzan. A parte lo strepito, verso la fine mi tocca anche spostarmi per evitare gli schizzi. Mi sono appena fatto lo shampoo.

Anche Doppia entrata anale a suo modo è un capolavoro. E' una storia drammatica dal finale tragico. Oltre la sceneggiatura mi occupo della regia e recito persino in un piccolo cammeo. Una cosa semplice e breve ma molto toccante. Interpreto Storto, un Pierrot triste dotato di un fine orecchio musicale e di una banale banana anale che dentro la carne, fra le ossa, suona come un piffero una nostalgica melodia, come un lamento di cornamusa in vera pelle di gatto egiziano.
Alla fine della scena il liquido sgorga cremoso, poi piano esce appiccicoso, gelato sciolto che raccolgo nel palmo e in cui immergo le punte di fragola delle grandi tette al silicone di Adelante. Le ungo le labbra rifatte, rosse come una ferita, ma finisce subito, allora entro con le dita nella fregna anelante, raspo per un po', esco grondante del latte del mio chiavistello e del miele sciolto del suo favo. Toccante, non trovate?
Poi la storia finisce male. Adelante, disperata per essere stata abbandonata dal suo amante, una notte si rinchiude in un maneggio e si suicida per indigestione di sperma. Ne inghiotte così tanto che gonfia ed esplode. Pezzi e sugo bianco da tutte le parti.

E' una serata così bella che potrei morire di caldo. O di zanzare. Per ora soprassiedo ma più tardi, dopo un po' di benzedrina, magari ci faccio sopra un pensierino serio serio. Per ora vado sulla terrazza a godermi la vista del mare e a mangiarmi un doppio sandwich con burro, alici e olive condite.
Becco Violetta, la cameriera di mia moglie, in un losco mescolarsi col fiato addosso di Mickey Rourke. Sì che Mickey è strafatto lo sa lui di cosa, ma Violetta è un vero cesso ripieno di stronzi su due gambette corte che strascinano il culo giusto raso terra. Quello mugola come una iena nel deserto mentre strofina il pene nell'incanto dell'ascella. Una cosa mai vista, per riuscirci si è dovuto inginocchiare, cazzo.
Ehi, lo sapevate che il pezzente lavorava per me? Che faceva la maschera nello stesso cinema porno dove Nicolas Cage vendeva popcorn? Guardate com'è ridotto ora.
Naa, non ci posso credere, lo ha fatto apposta di sicuro. Super sborra impenitente ha preso la mira, mi ha schizzato un lungo fiotto sul panino proprio quando stavo per dare il primo morso. Il panino glassato di sperma, ve lo giuro, no.

9 settimane meno un quarto è una storia di fantascienza. Il titolo si riferisce alla durata del rapporto sessuale tra un astronauta in astinenza e una bella aliena con tutta la superficie del corpo ricoperta di vagine gonfie e vogliose. Roba impegnativa per un maschio solo, non trovate? Solo a dare quattro colpi ad ogni patata finisci la giornata. E ancora non vi ho detto dei buchi di culo.
Questo film è un pornaccio pieno di cazzi e sopratutto di fregna, ma queste le imbottiamo sì di litri di sborra ma sopratutto di autentica poesia. Pensate un cazzo infrascato fra le stelle conta le lune e i pianeti di quelle. L'aliena, si sa, ha tante fiche grandi, grondanti galassie squarciate fra le gambe, è avvolta in nubi di luci colorate che pulsano piacere. E' proprio una magnifica grande gnocca.

Cazzo no, non mi posso distrarre un momento. Chuck Norris, ciucco come un imbucato alle nozze di Canaan, con due calci volanti rotanti, in un paio di secondi, svergina una piccola ma devota comunità di suore e le spara in acqua. Il Comissario Rex e quel porco di Arnold Schwartzenegger sguainano il salsicciotto e si tuffano.
Eh no, cazzo, fate di tutto ma non sborratemi in piscina.

mercoledì 20 luglio 2011

Stretta e bagnata. Quel certo sapore.


Eccomi signori, eccomi qua, seguitemi, vi stavo aspettando. Permettetemi di dire che siete nel posto giusto per le vostre voglie. Siete in fregola nevvero? Non sareste qui altrimenti. Ma cosa vedo là in mezzo, delle femmine graziose, delle rosee porcelline arrapate. Non sapete quanto mi fa piacere ma vi devo avvisare, qui non cuciniamo prosa per virginali ninfette, non serviamo brividi e palpiti, qui c'è solo roba forte, qui si sgroppa aggrovigliati sciolti nel sudore, qua si squassano i corpi e si schizzano i muri, qui lo sperma viene giù come se piovesse.
Non offriamo l'erotico, la voluttà come ideale prolungazione di storie romantiche e appassionate, quella è roba per signorine, qui avrete il torrido osceno, volgare e disgregante. Noi odiamo la società, leggi e convenzioni, lavoro e denaro, finanche l'intero genere umano, per questo ci abbandoniamo all'orgia libera tutti. Noi in poche parole vogliamo rendervi edotti della rivoltante nullità del vostro essere, che non siete altro che merde imputridite, farvi comprendere che la natura è malvagia e indifferente, che mentre la virtù è una chimera il vizio è reale.
Ma via entrate, proseguite, sulla destra troverete ceste di cazzi di gomma e vagine di plastica non lavate, servitevi pure, ma in fretta, andate oltre, non bloccate la fila per favore.

Andiamo subito a cominciare con La ghenga delle ladre di sborra, un gaio terzetto che non se ne va mai a bocca vuota.

Sono il pericolo pubblico numero uno in città, anche l'Uomo Ragno le cerca, anche Capitan America le cerca, anche gli adolescenti brufolosi le cercano, ma per tutt'altro motivo. Sono affiatate, organizzate, spietate. Nottetempo scivolano nelle nostre case, penetrano nelle nostre stanze da letto, violano il nostro sonno. Ci spruzzolano di gas soporifero, quindi con destrezza s'impadroniscono della bianca linfa mentre giaciamo innocenti accanto alle nostre mogli. E il giorno seguente sfiniti giriamo per casa senza meta con le palle leggerissime, ai voglia gli zabaglioni ricostituenti, ci vogliono mesi prima che mogli ed amanti riescano anche solo a drizzarcelo. La ghenga delle ladre di sborra è un vero flagello. Ma partiamo dall'inizio.

Non è una notte buia e tempestosa, non ancora, è un pomeriggio di dolce sole invernale, nella camera rosa di Arlette, Cinzia succhia il grossa cazzo di Gigio Micio Max, quello della porta accanto, il vicino di casa, meglio dire il micino di casa, un felino tigrato di due metri con il pelo retrattile ed un alitosi di merda.
A Cinzia piace sopratutto leccarlo, perdersi nelle reti venose, che con devozione segue una ad una, immaginando che siano fiumi su una carta fantastica. Ne apprezza il pulsare sincopato, si scapriccia nell'infilare la punta della lingua nell'uretra e frullare, nello spremere i testicoli intanto che si schiaffa due dita in culo.
Gigio Micio Max, grosso cazzo siamese, ribalta Cinzia sul pianoforte a coda color rosa confetto, in una rapsodia di spinte martellanti la riduce a puro grumo di carne urlante. La penetra con rabbia,
senza indugiare nel delicato colore e nel profumo di mandorla della vulva trivalva di Cinzia. Non si cura delle carni sode, modellate da un esercito di chirurghi estetici di plastica robot. Conta solo il suo insaziabile appetito, il vigoroso assalto, la lussuria bestiale.
A Cinzia piace essere usata, abusata, vilipesa e martoriata, non ama le coccole, non ha fidanzati o amici, a parte l'istrice chirurgo che la ricuce dopo ogni rapporto sessuale, e che lei accarezza per ore con passione.
Gigio estrae il pene e passa al secondo canale, nessuno potrà mai spiegare come riesca a infilarlo nello stretto pertugio, ma tutti potranno testimoniare il crudo e atroce rumore di carni lacerate. Cinzia urla e si dibatte, chiede pietà, inveisce ma supplica spingi vai più a fondo rompimi squarciami tutta. Il felino non ha bisogno di incoraggiamento alcuno, si conficca nelle carni come una spina mentre esercita il filo degli artigli sulla schiena e sulle natiche di Cinzia.
Quando Micio lo infigge in gola, Cinzia, ginocchioni nel suo stesso sangue, pur soffocando prova ad ingoiarlo, non è una che nel piacere si risparmia, non teme per la propria vita. Tossisce, vomita porcherie, ma non smette un istante di masticarlo intanto che si caga in mano. Quando infine il seme gli esplode in faccia si infuria quasi, non aveva mica finito.

Cinque minuti dopo Gigio Micio Max, ancora stravolto, fuma una gauoloises brunes senza filtro accoccolato a far le fusa sul pianoforte. Cinzia è in bagno per una sistematina a cura dell'istrice chirurgo intanto che si pitta le unghie. Entra Priapella, altra componente della ghenga rapinosa, è avvolta nel profumo di ghiande e nella salopette di muschio e foglie secche, sta cercando Arlette ma si getta su Gigio.
Nonostante i dinieghi di Max, con la scusa che dopotutto si tratta solo di una piccola pompa, giusto una pompetta, Priapella lo munge e lo sbocchina. Afferrato il pene alla base se lo sbatte in faccia, fra i seni, sui tasti del pianoforte, persino improvvisa una partita a stecca utilizzando una palla natalizia caduta dall'abete sintetico.
Priapella sale a cavalcioni, a Micio lava la faccia con la fica sugosa, poi attacca una danza ubriaca da tarantolata. Dimmelo che non hai mai avuta una fica larga come la mia. Dimmelo. Trombami tutta. Fa di me la tua sporca negra bianca. Fammi urlare. Pisciami dentro.
Gigio inarca la schiena, lo infila fino in fondo, fino all'elsa, Priapella smette di ciarlare, prende a gemere. Ma quando il felino ripetutamente stacca di scatto le natiche dalla superficie del pianoforte e le proietta in aria in un'esplosione muscolare, e quelle ricadono con un piccolo contraccolpo, Priapella inizia ad urlare, un rumore continuo, neppure umano, un ululato, nemmeno, come una specie di sirena di nave nella nebbia. Dieci minuti dopo Priapella è il bastimento che nel quieto rosso della sera entra in porto con le cisterne piene di sborra.





Ancora non vi ho parlato della neve sui tetti di coppi, né del pallido sole che ne incide la superficie e luccica come fiore nella rugiada di primavera, né dei giochi rumorosi dei bimbi imbacuccati nel fioccare vorticoso che taglia la faccia, giù più in basso, sul manto già sporco d'esistenza, nella fanghiglia che sciaguatta sotto le suole pesanti. Ma che centra con il rincorrersi delle carni dei giovani amanti, con il rimescolarsi degli umori, con l'incontro scontro tra il concavo e il convesso, con la poesia di fori e peli? Un bel cazzo di niente.

Appare Arlette, Madonna lacrimante in bilico su zeppe di sughero alte venti centimetri, appena ricoperta da un due pezzi rosa in pelo di barboncino vivo, che alla vista del possente nudo ospite viene subito scaraventato a terra tra ringhi e uggioli.
Arlette si afferra al pene floscio di Micio con la sua lunga lingua prensile, ma quello prende a soffiare, dice che non se ne parla proprio, che tanto il cazzo mica ce la fa. Ma Arlette in un secondo lo ha in bocca per intero, intanto si sfonda la fica con la prima zampa felina che le capita a tiro. La cosa finisce per eccitare Max, in particolare lo smalto rosa baby dell'alluce destro di Arlette, così perverso secondo lui, cerca comunque di dire lasciatemi solo che devo meditare sul senso ultimo della vita ma la lingua gli si incastra fra le grandi labbra di Priapella. E allora fanculo pensa , agguanta le grandi tette di Arlette, le spreme come acini d'uva, le spiaccica con l'intenzione di farle male, ma quella niente, neanche un lamento.

Micio tromba Arlette con calma, come uno che non ha appetito, che spilluzzica, che si toglie giusto uno sfizio. Un colpo dentro al culo, boop risponde quello quando lo riceve e pprr quando lo licenzia, e uno nella fregna, splascio in tutti e due i casi. Intanto Micio succhia la lingua e torce i capezzoli a Priapella che si stantuffa la fregna con il tronco dell'abete di plastica. O Tannembaum, o Tannembaum.
Max afferra il cazzo, che pulsa, che non ce la fa più, che dole, e lo mena fra le mammelle dure di Arlette mentre l'altra gli lecca l'ano (ve lo giuro, vorrei essere più vario ma in fondo i buchi sono sempre quelli).
Gigio viene come una fontana, uno schizzo che sfreccia in aria e ricade, come nuvola di bianche farfalle esauste, sul capo delle belle ladre di sborra. Un po' cala anche sulla tastiera ormai fracica. Gigio Micio Max notando che una gamba è disallineata e il tutto pende da una parte butta lì imbarazzato bisognerà riaccordare il piano. E già ogni tanto tocca farlo. Sopratutto se non lo si usa.
Entra Cinzia nuda, con i punti di sutura neri visibili fra le cosce sul buzzo depilato, porpora e rigonfio. Subito inizia la manfrina che il desiderio la pervade tutta, che le brucia l'anima, che non è mica colpa sua se è insaziabile, che non ne può fare a meno, che nello sperma lei c'è caduta dentro da piccola. Facciamoci una orgettina sveltina a quattro. Max fa segno di no, che non se ne parla proprio, quindi esclama la famosa frase entrata nella storia della nostra città, Sono un uomo, mica una fabbrica di sborra!

Per oggi finisce qui. Le avventure delle nostre eroine continueranno fra quattordici giorni in Ladre di sborra in seminario. Non mancate.
La prossima settimana non perdetevi invece le gesta di un nuovo amico tutto da scoprire ne Lo Spaventapassere del paese ha il cazzo grosso.

mercoledì 13 luglio 2011

Ma che ve lo dico a fare.

 Mica vi devo fare il riassunto!? Non è che volete il disegnino? Se dico fica esagerata e pazzesca trombata con mignottona bagnata per me è tutto chiaro, non c'è molto da capire. In sintesi: due tette davvero enormi strette e pasciappate che le entravano in bocca, non sto scherzando, quando parlava le strusciavano il mento. E senza mutande, fica depilata, culo perverso e sodomizzabile. Il massimo della vita che solo a parlarne mi torna duro. Guardata, guardato, chiesto sigaretta, lei datamela, quattro chiacchiere sulla beltà dei suoi capelli, cinque minuti di lingua in bocca, in bagno con la scusa di due strisce, sfondata da dietro dentro il cesso scalza con i piedi nel piscio, sborrato in faccia. E una. In macchina con lo stereo a palla dentro al parcheggio, sniffatina, sessantanove e arrovesciamento sul sedile posteriore, poi toro seduto cavalcato da mandriana arrapata, gran finale con schizzo sullo schienale. E due. Corsia d'emergenza, sbracati sull'erba gelata sotto gigantesca luna nuda, pompino tonificante, turbo sditalinata, sifonatina veloce giusto per gradire, a seguire inculata torci budella e fiume di sborra bollente su chiappette chiare. E tre. Sotto casa di lei strisciatina e prolungato sbocchinamento con ingoio, e quattro, non bastandomi subito dentro il portone a facciamolo strano, io bieco stupratore lei Santa Maria Goretti, camiciola strappata, cosce divelte, lei graffi e morsi allora io scudisciate e sputi, fica slabbrata a colpi di cazzo, culo martoriato da pomo d'ascensore, spruzzata dentro suoi globi oculari colore di cielo che lo sperma pareva nuvola morbida. E cinque. Scambio di cellulare, sentiamoci presto, casto bacetto e a casa. Tiratina finale pari a grammone abbondante e a letto fra le dolci coltri, cazzo ancora duro, ooh, segone esagerato pensando alla Linda, la mia sexy compagniuccia di banco delle elementari. E sei, dentro il kleenex.

Povere merde, voi avete visto l'Emilio Fede in tivù, vi siete fatti la cannetta smilza, poi prima di dormire una pugnetta asciutta, non valete proprio un cazzo. Roba da sfigatoni, io no, io sono esagerato, un portento, ho l'eleganza che m'avanza, ho il cazzo dritto e ci so fare. E ve lo darei il numero di lei, di Anna con la figa tutta panna ma larga una spanna, che io certo non ci torno sopra, niente minestre riscaldate per il sottoscritto, poi è troppo porca, tropo troia, troppo facile, una così toglie il gusto della conquista, poi a me piacciono serie, ve lo darei il numero ma che cazzo ve ne fate non ci avete i denti, a voi la fica piace in tivù, vi piace quella che si tromba con il telecomando. Ma che ve lo dico a fare, siete dei perdenti sfigati, non so neanche perché sto qui a parlar con voi invece che mandarvi a cagare. Siete rasoterra, sottoterra, già morti e sepolti. Vaffanculo me ne vado.