Eccomi signori, eccomi qua, seguitemi, vi stavo aspettando. Permettetemi di dire che siete nel posto giusto per le vostre voglie. Siete in fregola nevvero? Non sareste qui altrimenti. Ma cosa vedo là in mezzo, delle femmine graziose, delle rosee porcelline arrapate. Non sapete quanto mi fa piacere ma vi devo avvisare, qui non cuciniamo prosa per virginali ninfette, non serviamo brividi e palpiti, qui c'è solo roba forte, qui si sgroppa aggrovigliati sciolti nel sudore, qua si squassano i corpi e si schizzano i muri, qui lo sperma viene giù come se piovesse.Non offriamo l'erotico, la voluttà come ideale prolungazione di storie romantiche e appassionate, quella è roba per signorine, qui avrete il torrido osceno, volgare e disgregante. Noi odiamo la società, leggi e convenzioni, lavoro e denaro, finanche l'intero genere umano, per questo ci abbandoniamo all'orgia libera tutti. Noi in poche parole vogliamo rendervi edotti della rivoltante nullità del vostro essere, che non siete altro che merde imputridite, farvi comprendere che la natura è malvagia e indifferente, che mentre la virtù è una chimera il vizio è reale.
Ma via entrate, proseguite, sulla destra troverete ceste di cazzi di gomma e vagine di plastica non lavate, servitevi pure, ma in fretta, andate oltre, non bloccate la fila per favore.
Andiamo subito a cominciare con La ghenga delle ladre di sborra, un gaio terzetto che non se ne va mai a bocca vuota.
Sono il pericolo pubblico numero uno in città, anche l'Uomo Ragno le cerca, anche Capitan America le cerca, anche gli adolescenti brufolosi le cercano, ma per tutt'altro motivo. Sono affiatate, organizzate, spietate. Nottetempo scivolano nelle nostre case, penetrano nelle nostre stanze da letto, violano il nostro sonno. Ci spruzzolano di gas soporifero, quindi con destrezza s'impadroniscono della bianca linfa mentre giaciamo innocenti accanto alle nostre mogli. E il giorno seguente sfiniti giriamo per casa senza meta con le palle leggerissime, ai voglia gli zabaglioni ricostituenti, ci vogliono mesi prima che mogli ed amanti riescano anche solo a drizzarcelo. La ghenga delle ladre di sborra è un vero flagello. Ma partiamo dall'inizio.
Non è una notte buia e tempestosa, non ancora, è un pomeriggio di dolce sole invernale, nella camera rosa di Arlette, Cinzia succhia il grossa cazzo di Gigio Micio Max, quello della porta accanto, il vicino di casa, meglio dire il micino di casa, un felino tigrato di due metri con il pelo retrattile ed un alitosi di merda.
A Cinzia piace sopratutto leccarlo, perdersi nelle reti venose, che con devozione segue una ad una, immaginando che siano fiumi su una carta fantastica. Ne apprezza il pulsare sincopato, si scapriccia nell'infilare la punta della lingua nell'uretra e frullare, nello spremere i testicoli intanto che si schiaffa due dita in culo.
Gigio Micio Max, grosso cazzo siamese, ribalta Cinzia sul pianoforte a coda color rosa confetto, in una rapsodia di spinte martellanti la riduce a puro grumo di carne urlante. La penetra con rabbia,
senza indugiare nel delicato colore e nel profumo di mandorla della vulva trivalva di Cinzia. Non si cura delle carni sode, modellate da un esercito di chirurghi estetici di plastica robot. Conta solo il suo insaziabile appetito, il vigoroso assalto, la lussuria bestiale.
A Cinzia piace essere usata, abusata, vilipesa e martoriata, non ama le coccole, non ha fidanzati o amici, a parte l'istrice chirurgo che la ricuce dopo ogni rapporto sessuale, e che lei accarezza per ore con passione.
Gigio estrae il pene e passa al secondo canale, nessuno potrà mai spiegare come riesca a infilarlo nello stretto pertugio, ma tutti potranno testimoniare il crudo e atroce rumore di carni lacerate. Cinzia urla e si dibatte, chiede pietà, inveisce ma supplica spingi vai più a fondo rompimi squarciami tutta. Il felino non ha bisogno di incoraggiamento alcuno, si conficca nelle carni come una spina mentre esercita il filo degli artigli sulla schiena e sulle natiche di Cinzia.
Quando Micio lo infigge in gola, Cinzia, ginocchioni nel suo stesso sangue, pur soffocando prova ad ingoiarlo, non è una che nel piacere si risparmia, non teme per la propria vita. Tossisce, vomita porcherie, ma non smette un istante di masticarlo intanto che si caga in mano. Quando infine il seme gli esplode in faccia si infuria quasi, non aveva mica finito.
Cinque minuti dopo Gigio Micio Max, ancora stravolto, fuma una gauoloises brunes senza filtro accoccolato a far le fusa sul pianoforte. Cinzia è in bagno per una sistematina a cura dell'istrice chirurgo intanto che si pitta le unghie. Entra Priapella, altra componente della ghenga rapinosa, è avvolta nel profumo di ghiande e nella salopette di muschio e foglie secche, sta cercando Arlette ma si getta su Gigio.
Nonostante i dinieghi di Max, con la scusa che dopotutto si tratta solo di una piccola pompa, giusto una pompetta, Priapella lo munge e lo sbocchina. Afferrato il pene alla base se lo sbatte in faccia, fra i seni, sui tasti del pianoforte, persino improvvisa una partita a stecca utilizzando una palla natalizia caduta dall'abete sintetico.
Priapella sale a cavalcioni, a Micio lava la faccia con la fica sugosa, poi attacca una danza ubriaca da tarantolata. Dimmelo che non hai mai avuta una fica larga come la mia. Dimmelo. Trombami tutta. Fa di me la tua sporca negra bianca. Fammi urlare. Pisciami dentro.
Gigio inarca la schiena, lo infila fino in fondo, fino all'elsa, Priapella smette di ciarlare, prende a gemere. Ma quando il felino ripetutamente stacca di scatto le natiche dalla superficie del pianoforte e le proietta in aria in un'esplosione muscolare, e quelle ricadono con un piccolo contraccolpo, Priapella inizia ad urlare, un rumore continuo, neppure umano, un ululato, nemmeno, come una specie di sirena di nave nella nebbia. Dieci minuti dopo Priapella è il bastimento che nel quieto rosso della sera entra in porto con le cisterne piene di sborra.

Ancora non vi ho parlato della neve sui tetti di coppi, né del pallido sole che ne incide la superficie e luccica come fiore nella rugiada di primavera, né dei giochi rumorosi dei bimbi imbacuccati nel fioccare vorticoso che taglia la faccia, giù più in basso, sul manto già sporco d'esistenza, nella fanghiglia che sciaguatta sotto le suole pesanti. Ma che centra con il rincorrersi delle carni dei giovani amanti, con il rimescolarsi degli umori, con l'incontro scontro tra il concavo e il convesso, con la poesia di fori e peli? Un bel cazzo di niente.
Appare Arlette, Madonna lacrimante in bilico su zeppe di sughero alte venti centimetri, appena ricoperta da un due pezzi rosa in pelo di barboncino vivo, che alla vista del possente nudo ospite viene subito scaraventato a terra tra ringhi e uggioli.
Arlette si afferra al pene floscio di Micio con la sua lunga lingua prensile, ma quello prende a soffiare, dice che non se ne parla proprio, che tanto il cazzo mica ce la fa. Ma Arlette in un secondo lo ha in bocca per intero, intanto si sfonda la fica con la prima zampa felina che le capita a tiro. La cosa finisce per eccitare Max, in particolare lo smalto rosa baby dell'alluce destro di Arlette, così perverso secondo lui, cerca comunque di dire lasciatemi solo che devo meditare sul senso ultimo della vita ma la lingua gli si incastra fra le grandi labbra di Priapella. E allora fanculo pensa , agguanta le grandi tette di Arlette, le spreme come acini d'uva, le spiaccica con l'intenzione di farle male, ma quella niente, neanche un lamento.
Micio tromba Arlette con calma, come uno che non ha appetito, che spilluzzica, che si toglie giusto uno sfizio. Un colpo dentro al culo, boop risponde quello quando lo riceve e pprr quando lo licenzia, e uno nella fregna, splascio in tutti e due i casi. Intanto Micio succhia la lingua e torce i capezzoli a Priapella che si stantuffa la fregna con il tronco dell'abete di plastica. O Tannembaum, o Tannembaum.
Max afferra il cazzo, che pulsa, che non ce la fa più, che dole, e lo mena fra le mammelle dure di Arlette mentre l'altra gli lecca l'ano (ve lo giuro, vorrei essere più vario ma in fondo i buchi sono sempre quelli).
Gigio viene come una fontana, uno schizzo che sfreccia in aria e ricade, come nuvola di bianche farfalle esauste, sul capo delle belle ladre di sborra. Un po' cala anche sulla tastiera ormai fracica. Gigio Micio Max notando che una gamba è disallineata e il tutto pende da una parte butta lì imbarazzato bisognerà riaccordare il piano. E già ogni tanto tocca farlo. Sopratutto se non lo si usa.
Entra Cinzia nuda, con i punti di sutura neri visibili fra le cosce sul buzzo depilato, porpora e rigonfio. Subito inizia la manfrina che il desiderio la pervade tutta, che le brucia l'anima, che non è mica colpa sua se è insaziabile, che non ne può fare a meno, che nello sperma lei c'è caduta dentro da piccola. Facciamoci una orgettina sveltina a quattro. Max fa segno di no, che non se ne parla proprio, quindi esclama la famosa frase entrata nella storia della nostra città, Sono un uomo, mica una fabbrica di sborra!
Per oggi finisce qui. Le avventure delle nostre eroine continueranno fra quattordici giorni in Ladre di sborra in seminario. Non mancate.
La prossima settimana non perdetevi invece le gesta di un nuovo amico tutto da scoprire ne Lo Spaventapassere del paese ha il cazzo grosso.
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