sottotitolo
SOLO X MAGGIORENNI MOLTO ACCOMPAGNATI
venerdì 4 novembre 2011
mercoledì 5 ottobre 2011
La Via del Cacao.
Le cose vanno così, a volte bene, altre molto pene. Suvvia scherzo, è solo per raccontarvi che l'altro giorno mi ha chiamato quella sozzona di Grazia, la mia ex. Cosa andava cercando dopo avermi riempito di corna e rubato la mia collezione di Big Jim? Presto detto, voleva applicassi la mia arte sulla sorellina adolescente. Cosa altro avrei potuto fare, se non prestare ascolto alle sue suppliche e dire sì? Ecco come vanno le cose. Per l'estrema deflorazione Francesca, nonostante a diciassette anni abbia un notevole curriculum alle spalle, o meglio dentro la fica, ha chiesto consiglio a sua sorella Grazia, più navigata, maggiormente esperta, sopratutto per ciò che riguarda il buco fra le chiappe. Grazia è decisamente troia, già in quarta ginnasio era soprannominata bucone profondo, in bagno smanettava e sbocchinava l'intera scuola a botte di tre quattro alla volta.
Francesca ha già sperimentato ogni porcheria, comprese le varianti sconosciute ai più, le manca solo di saltare il fosso, di offrire le sue splendide natiche verginali all'inchiappetto selvaggio, l'estrema deflorazione appunto. Ma non riesce a decidersi, esita. Non meravigliatevi, molte giovani donne soffrono di quell'oscuro complesso detto della Via del Cacao. La psicosi dello squarcio posteriore resta per una minoranza femminile una questione quasi insuperabile. In una Roma edonistica che ancora cerca di acchiappare la Dolce Vita, peraltro mai esistita, o almeno il dolce non fare un cazzo, piacere e sesso sono sinonimi, nessuno ha voglia di sacrifici, neppure in vista di un godimento superiore. Insomma sentirsi bruciare il culo non per tutte è una prospettiva desiderabile, anche se una volta provato cambiano idea, se spalancano il portabagagli anche una sola volta, poi non riescono a farne a meno.
La cannula dell'enteroclisma sì, il cazzo in culo no. Vai a capire, ma Francesca per mia fortuna ha una scatenatissima sorella a cui confida le sue paure.
Grazia, conosciuta la natura del problema, si entusiasma subito, dice che occorre solo il maschio adatto. Di lasciare perdere quel bietolone del fidanzato utile al più per un bocchino e una sditalinata frettolosa. Hai presente Luigi? Che sarei io. Il mio vecchio boy friends? Il quartultimo, no il sestultimo. E' lui che mi ha sverginata dietro. Malgrado la durezza marmorea è stato delicatissimo. Bravo, proprio un sogno. Un petalo di rosa senza spine. Mi reclamizza Grazia. Sei pazza?! Quello mi sguara, ha un cazzone grosso così! Ve lo giuro, non lo ha mai assaggiato, ma si sa, le voci corrono come il vento. Non farti ingannare dalle apparenze, è solo questione di tecnica.
Insomma un pomeriggio mi trovo nella stanzetta di Francesca, faccia a faccia con il Cicciobello negro e la Barbie sguattera con i piedi gonfi e gli occhi strabuzzati per l'estasi della lavandaia. Ken Gestapo con il frustino e le mutandine di pizzo mi invita. Mi viene voglia di giocarci ma Grazia non me ne da il tempo, tira fuori l'uccello e l'ingoia avida.
Francesca emette risolini d'imbarazzo, Grazia le scopre le tette, le ordina di inginocchiarsi e le infila il cazzo in gola. Quella reagisce con una serie di singulti che credo mi vomiti sulla nerchia, ma no, cerca invece di ingoiarlo sano sano, e ci riuscirebbe se non fosse da sempre appiccicato a me.
Un discorso a parte meritano le poppe di Grazia, sono due colline gemelle bianche di neve, i capezzoli spiccano il balzo come caprioli affamati di sesso. E' una roba così perfetta da lasciare senza parole, sono cosi belle che fanno rabbia.
Dieci minuti dopo Grazia mette Francesca ginocchioni sul letto, le cala il pigiama istoriato da buffi orsetti rosa ed espone un culetto da primo premio alla fiera delle vacche da monta.
Faccio scivolare la lingua tenera e umida nel buchetto sottostante, succhio il clitoride, con due dita smandrillo la micia pelosa, il cazzo che scoppia nelle mani fredde di Grazia.
Grazia vigila amorosa sulle sorti della sorellina, coordina i lavori, indica di quali parti io debba occuparmi, intanto si impasta le tette grandi e morbide, si fa leccare la splendida fichetta rosa da Francesca sempre più rilassata e a suo agio.
Poi giunge il fatidico ordine luigi scopala adesso!
Non me lo faccio certo ripetere, con un sol colpo infilo il mio asso di bastoni nella tenera sorca, intanto con le dita mi lavoro il culo per addomesticarlo in vista dell'imminente inchiappettata. Francesca ad ogni sobbalzo geme, ma la più agitata è Grazia che si masturba la fica con un giornale porno arrotolato, mentre la sorella le lavora con il piede l'ano già grandemente slabbrato.
Oramai Francesca è decisa, è pronta, ha superato ogni paura, mi supplica di sverginarle le chiappe, che si sono fatte ingorde, sono avide di uno stronzo di carne dura.
So come vanno queste cose, rispetto la gerarchia, chiedo il permesso a Grazia che urla sì inculala subito!
Titillo il boffice, ne percorro più volte l'orlo con la cappella del mio fungo magico, poi adagio comincio a spingere a piccole scatti, senza brutalità, fermandomi ad ogni millimetro conquistato. Intanto pastrugno il clitoride dentro la sorca annegata nel sugo bollente di Grazia, che urla oscenità all'indirizzo della sorella.
Quando oltrepasso il muscolo sfinterico Grazia festeggia stappando una bottiglia Moet con il suo delizioso culetto a cuoricino fiorito, ma sa di tappo e non la possiamo bere.
Francesca è estasiata, se all'inizio era incerta sul risultato finale ora impazzisce di piacere, ogni centimetro del suo arrapante corpo vibra per l'orgasmo, urla impazzita sfondami il culo, rompimelo!
Missione compiuta grido intanto che svuoto i testicoli nel complesso cavernoso appena conquistato.
Ora tocca al mio intima Grazia.
Già lo sapete, è vero? Per me non è certo un problema.
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martedì 27 settembre 2011
Il salame a fette.
Ho la morte nel cuore, quale fosco destino oltre la curva mi attende? Da quale infinita serie di tribolazioni sarà ora la mia realtà composta? Niente più Palestina, niente più gloria, né guerresca e pugnace, né lirica e cortese. Addio belle dame, che mi allietaste l'animo e la carne nei trascorsi lieti giorni, addio coppe ricolme di nettare rosso, addio mense traboccanti leccornie infinite attorniate da festanti compari. Mai più serenate nel chiarore lunare in competizione con il baccano di grilli e cicale. Lagrime e sangue invece, fino al fondo dei miei giorni.Non mi capacito, l'identica selva di dilette fronde ora è fosca, il medesimo fulgido cielo va covando tempeste, la stessa salubre aria ora fiato amara. Come tutto mi appare diverso, legato a mo di salame in sella al mio possente Aldobrando, blasonato corsiero se mai ce ne furono, gentile e alato compagno. Ma ora che lo cavalco prigioniero può dirsi egli ancora mio?
Maledetta Fata Guardona, zoccolaccia schifosa, che mi ha venduto alla mia mortale nemica, madonna Abelarda, per un meschino giaciglio prossimo al fuoco del camino. In me la maledico, la prostituta babilonica, mentre le guardie mi scortano al maniero fra i lazzi salaci e impudenti, ridendo della gogna e dell'evirazione che colà mi attendono, e chiamando “ferro gentile” l'ascia bipenne che in mano al boia infine mi decollerà.
-Messere Primo Ciaccola, figlio di un vomito di porco, ben ritrovato, chi non muore si rivede.
La voce beffarda di madonna Abelarda s'introduce violenta nel buio della mia esistenza. Le sue parole ardono più del sale sparso sulla ferita, tendo i muscoli, strattono le catene, ma è inutile, legato per i polsi come sono al solido palo.
-Defraudandola della verginità hai disonorato mia nipote Cappuccetta, e me con lei. Ma ne pagherai il prezzo per intero, più i giudaici interessi. Che in fatto di sangue e vendetta, madonna Abelarda non è seconda a nessuno, neppure all'impietoso popolo che ebbe l'ardire di crocifiggere Nostro Signore.
Maledetta Abelarda, ultra bagascia nonna di bagascia. Scelgo di non ascoltare, volgo piuttosto l'attenzione al tanfo di latrina vecchia che fermenta nelle segrete dove mi trovo, me ne empio i polmoni, l'assaporo come fosse fragranza di giovani carni.
L'ava mi fissa maligna, vuole intimorire me che ero prossimo ad affrontare il ghigno moresco e infedele. Una simile sgualdrina da lupanare potrebbe, se giovane, al più impressionarmi il membro.
Mi schiaffeggia, mi prende a pedate, mi chiama “stupido mulo”, “cane rognoso che persino le pulci disdegnano”. Con il nerbo mi sferza la groppa, non un gemito sfugge alle mie labbra, mi graffia il viso, mi morde le cosce. Poi lecca le ferite, si nutre del sangue, intanto la la mano scivola dentro i calzoni e s'afferra al pene che si scalda e gonfia.
Mi chiama “porco marrano”, mi strappa le braghe, mi lavora l'ano con le dita, poi con un duro e grosso manico di legno. Fa male tanto, sento il bruciore delle ferite che si aprono, ma non soddisfo la sua avidità di codardia prorompendo in lamenti. E muto rimango quando la lingua s'insinua frenetica nel culo, mentre le labbra aspirano e bevono. L'ava la sento gemere rauca.
Madonna Abelarda s'inginocchia, mi fa una pompa convulsa mentre con la mano intera si pastrugna spasmodica il ventre. Oh, le femmine, questo solo so di loro, di non sapere nulla.
Quindi si arrampica su di me, le braccia allacciate al collo, le gambe strette intorno ai fianchi, e sbatte, invoca a turno gli angeli del paradiso ed i diavoli infernali. Lo sciacquio della sua fossa fracida è coperto solo dall'ululo di lupa viziosa.
La vile Abelarda raggiunge il limitare dell'orgasmo, la le carne vibra tesa come vela al vento, io mollo le cime e invado la fica con un lungo fiotto di sborra densa.
Si rassetta le vesti, mi guarda dura e imperiosa, il labbro a comporre riccioli di disprezzo.
-Se vuoi salvare l'asta e le palle sposi subito mia nipote Cappuccetta. Prima che il ventre suo, gonfiando a cocomero, riveli a tutti la sua vergogna.
Dall'alto degli spalti, dietro le mura merlate, osservo il ricco contado estendersi fino a dove giunge l'occhio. Natura selvaggia addomesticata, mutata dalla fatica degli uomini in grassi poderi.
Sono il maschio del castello ora, non comando, obbedisco piuttosto, ma all'asciutto fra le mollezze degli agi e le reverenze dei servi. Ho destrieri e armature lucenti, faretre colme, e sempre ho cura che il vino trabocchi dalla coppa. Ho una giovane e leggiadra moglie, che è piacevole accarezzare. Nel grembo ha una mia pagnotta che presto sfornerà.
L'accordo stipulato con madonna Abelarda ha un codicillo segreto, che prescrive diverse ripassate settimanali alla sua lucida fica. Non è un onere gravoso. Uno scambio clandestino di umori lo gestisco con Fata Guardona, e qualche mercato improvvisato lo organizzo pure con le servette di cucina.
Oh sì, vivere è bello e dolce assai, ma un sentimento pure mi tormenta, le sabbie di Palestina mi chiamano, per ora resisto, anche per scoprire gli occhi e le tenere carni della mia progenie, ma in seguito...
Sudato mi desto dal sogno, mi sollevo nel nero della selva, un cervo luminoso si avvicina e mi parla di lei. La terra si apre e m'ingoia, ancora mi sveglio e ancora, sempre dentro una novella illusione. Sulla spiaggia rincorro una dama nuda ma si rivela un'ombra, odo fruscii e sibili come di serpe, un leviatano sorge dalle acque. Mi sveglio col cuore impazzito nelle coltri del mio letto, l'aria improvvisa s'illumina, una signora di luce bianca areolata solleva la veste e mostra il sesso peloso. “L'Apocalisse è vicina,” dice, “i mostri invaderanno la terra, Cristo risorgerà per salvare i puri di cuore”. Il mondo è giunto al termine ed io ancora non mi sono salvato. Le trombe dell'Inferno innalzano la loro voce, sollevo la testa dal cuscino, la sveglia lampeggia e suona, in tivù riassumono le notizie del giorno, la crisi è grande, le borse impazziscono, la fine è vicina. Rewind, che il sogno m'inghiotta ancora.
Oggi ci separiamo qui, ma certo lungo la via ancora ci incontreremo, che viandanti nella vita come siamo mai riposiamo. Noi che amiamo i prosciutti grassi, il vino non amaro, le carni giovani e bianche, e che di trottar non siamo mai stanchi, a naso ci scopriamo anche a distanza. Che il cielo sia con tutti noi e mai ci caschi addosso. Alla prossima, bella gente.
1-Le donne, i cavalieri, gli amori, le audaci imprese io canto.
3-La micia in brodo.
4-Passera allo spiedo.
5-La topa col buco.
6-La prugna sugosa.
martedì 13 settembre 2011
La prugna sugosa.
Non va'. Riproviamo. Il cielo è blu, / ma al mio cuore manchi tu...
Dietro Fata Guardona geme e deplora ogni cosa, è seduta su due morbidi guanciali di piume, ma anche così le parti basse le dolgono assai. Peggio per lei. Anch'io ho i miei tormenti segreti, ma non mi lamento, orgoglioso cavalco assiso su una magnifica pelle d'orso.
Dopo due giorni di cammino lento raggiungiamo la spelonca dei due Andrea, gemelli siamesi, uniti per il buco del culo, sicché uno cacando riempe le viscere dell'altro. Mirabile fenomeno.
Andrea Brocard è di animo squisito, fine poeta lirico, versatile conversatore. Poiché si dice frate lo chiamano Andrea lo Stilita Sodomita. Sodomita sì, ma non per piacere, per martirio. Povero lui, ma poveri pure i cetrioli.
Andrea Guercino è un grand'uomo spiritosissimo, almeno di culo, che la bocca da mane a sera accoppa la lingua nostra. E' lui il guardiano delle sante ossa di Ottonieri, e un perone stringe sempre a sé per rosicchiarlo piano. E' un mostro strano, non pare umano, di certo non è cristiano. Ha testa e cuore di cagno, corpo d'omaccio, terga e cervella di porco. Si è autoproclamato re dei boschi, a me pare piuttosto un diabolico orco.
Mai udito di due gemelli così diversi fra loro. Non opera del divino amore può essere, ma progenie infernale piuttosto, connubio tra megera e satanico rospo.
La sera, intorno al bivacco, che la dimora dei gemelli è spelonca vile assai, di ogni malevole odore satura, a nostro diletto intoniamo canzoni cortesi e poetiamo versi licenziosi.
Attacca Fata Guardona:
“Con il turgore del tuo divino amore
spingi l'augello empio e aggressore
villoso, vergine e asprigno.
Ma attento, il passo è stretto,
sdrucciolo e trabocchetto”.
Io messere Primo Ciaccola replico:
“Vergine tu dici? Stretto?
Ma se è pista battuta da ogni brocchetto,
mandrie di cazzi hanno lasciato segno.
Queste son pulci, qui dello scolo è il regno.
E lavarti potevi, la puzza levare,
che bianca mota fetente devo prima spalare”.
Attacca solenne Andrea Brocard:
“Con il tuo glande di mulo
marrano prendimi dal culo,
nel solco fra l'ano e lo scroto
lustrami di sugo devoto.
Cavaliere oscuro ti scongiuro,
te lo radduro, misuro, eppoi trituro”.
Tocca quindi ad Andrea Guercino, che naturale non capisce le regole del gioco:
“Ameno arcobaleno
che dimeno nel duodeno senza freno,
che malmeno in un baleno,
alieno che a me incateno.
Nondimeno veleno amareno”.
Di nuovo io, il vostro cavaliere preferito:
“Non s'azzarda il mio pagello
a penetrar nel tuo riccioluto vello,
che la vulva ha rosicchiato
il mio dito già malato,
è una topa assai affamata
con il ferro va' forata”.
Riparte Fata Guardona:
“Amabile monaco irto
al delicato sapore di mirto,
mai un cazzo cortese
ho palpato con tante pretese.
Se il vile teme il morso muliebre
il culo può farmi a zebre”.
Ci riprova Andrea Brocard:
mia bella e porca odalisca,
delle carni frugo nelle cerchia
infilzerò lì la mia nerchia,
per il sugo intingerò la triglia
nella valva della conchiglia”.
Ancora io:
“Mona fessa, lucida e pelosa
mostrami la tua gran cosa,
spalanca il buco deretano
sicché io possa infilare il mio banano,
apri tosto la guercia
che ho pronto il mio ramo di quercia”.
Chiosa Andrea Guercino:
“Accortino,
l'asinino è un belino bronzino
che lavora di bulino.
E' zampino rigatino,
da inquilino fa' festino nel portellino flaccidino.
Ne fa' budino zuccherino,
giardino farfallino e trastullino.
Occhiolino, bel pecorino”.
Andrea Brocard fa l'inchino e fiata: “ Grazie per l'onore da voi concessomi. Accetto con grazia la vittoria, seppure immeritata, che voi graziosamente mi concedete. Di questa fiorita disfida calzerò in capo il premio. Dunque a me la corona di lauro”.
“Ma di cosa vaneggi” risponde Fata Guardona piccata “Ho vinto io. Il mio poetare è assai superiore al tuo”.
“Siete entrambi in errore, la vostra superbia vi occlude l'occhio. Sono io delle Muse il favorito. Con voi esercitano al più la pazienza” intervengo io.
“Merjndiddmjgaaaarggghhh” esordisce l'altro Andrea, intanto prende a menare fendenti col perone del povero Ottonieri. Fortuna che i colpi raggiungono solo il gemello che schianta a terra trascinandolo con sé.
Io e Fata Guardona c'accapigliamo rotolando nell'erba. E' vero, io son omo garbato che concede con riverenza il passo alla dama, ma questa è questione di principio, inoltre ho maturato doveri e scadenze con la Musa di cui son servitor cortese, lei sì signora virtuosa e arguta.
Nel litigare e strattonare la sacra corona di lauro perde le sue ali, che s'involano in giro come verdi farfalle esauste, defraudandomi della gloria spettantemi come vincitore del poetico tenzone. Al diavolo.
Abbacchiato vi saluto amato pubblico da cui son benvoluto, a rincontrarci presto, lungo il cammin di nostra vita. Cordiali saluti.
!OCCHI FUORI DALLE ORBITE ORA!
mercoledì 7 settembre 2011
La topa col buco in mezzo.
Viaggiare lenti, con abbondanza di cibo, in cortese e arguta compagnia di una madama succhia nerchie, è magnifico. Quasi il massimo nella nostra piccola esistenza. E' l'arte di fra' Michelazzo, andare in giro, bere, poetare e non combinare un cazzo. In fondo è quello che ho sempre fatto. Ogni sera ne facciamo quattro o cinque nel crepuscolo che si spegne, un paio al mattino nell'alba che cresce, una sveltina nel dopo pranzo prima della pisola. A volte mi sveglio nel buio della notte, con la mente ancora impigliata nei gorghi del sogno, in mezzo ad un mare che mi risucchia nel suo ventre amaro, emergo e realizzo che Fata Guardona mi sta testé spompinando, o già mi è sopra a cavalcioni, il pene ficcato ben dentro alle budella, mi sprona al galoppo serrato. Olè.
Un pomeriggio mi godo la gita sonnecchiando sotto il pino, il clamore di un serraglio mi desta. Pare che ogni animale della foresta strepiti, che ogni fronda sferzi l'aria, che i tronchi si torcano fino a sconquassarsi e schiantino a terra. Il pensiero mi corre ai terremoti, ma invero la terra e il cielo sono gli unici a mostrarsi fissi e tranquilli.
Quatto procedo nella vegetazione, raggiunta la sommità di una bassa collina scorgo finalmente l'epicentro del fracasso sopranaturale. Un gigantesco uomo verde sta deflorando madama Fata Guardona, che per il dolore piange e si lamenta.
E' davvero un evento prodigioso, non solo per le dimensioni del ribaldo e per il suo incarnato verde pallido, anche perché l'intera foresta è partecipe del carnale abuso. Gli animali e le piante, stretti intorno alla scena, fanno da coro tragico, sottolineano le fasi salienti dell'azione con fragore di battaglia.
Mi scuoto, l'eroe cortese che è in me, in messere Primo Ciaccola, si ridesta e muove di corsa sbraitando e agitando lo spadone, in soccorso della dama bennata.
Il primo pugno incrina lo scudo e mi scaglia a terra, il secondo, deo grazia, mi manca per un crine di cavallo, il terzo... Bhe il terzo è neutralizzato da Fata Guardona, che intima al mostro, Pucci caro, di risparmiarmi la vita.
Il nome del gigante è Farfarello, dal cazzo assai bello, si premura di specificare la porcella. E' verde, è elevato di statura come tre uomini di buona stazza uno sopra l'altro, sicché io arrivo giusto a mordergli i coglioni. E' agilissimo e fornito di un pugno grosso come il mio capo. Potrebbe con facilità spiaccicarmi con un colpo solo se lo volesse. Per questo ho cura di essere sempre un passo dietro a Fata Guardona.
Da tempo i due sono intimi fornicatori, io più non servo come strumento di piacere, posso giusto reggere il lume. Esaminare la sequenza dei fatti, magari.
Fata Guardona è bocconi, spalancata al palo in legno di ciliegio che giunge da dietro, capriola nell'erba in girandole ginniche, volteggia fra le foglie basse, accompagnata dalla gagnòla delle centinaia di volpi che si sono date appuntamento qui per la merenda, dalla gracchia della cornacchia, dai fischi d'incoraggiamento degli storni, dallo schiamazzo del passero solitario.
Fata Guardona scivola sulla stanga sotto una nuvola di piccioni che per l'eccitazione gruga e scagazza, intanto una coppia di pettirossi balza irrequieta fra i rami, uno chiccola, l'altro spittina.
Fata Guardona è di nuovo sotto a belare e brucare l'erba, mentre l'asta scava inedite gallerie nella sua carne, attorniata da intere famiglie di conigli che masticano e zigano, a cinghiali che bofonchiano, a torme di marmotte che fanno la ola.
Io? Io trattengo il fiato, le mani sudate ferme a corona dell'arnese, i glutei sprimacciati dall'orso bruno rugliante.
La lingua grassa di Fata Guardona alliscia il bastone dalla capa grossa, il cielo arrossa a tanto spettacolo, le nubi s'ingrifano, gonfiano nel vento caldo dell'estate, s'agitano e si rimescolano nel riquadro del cielo. Schiocca il fulmine, s'ode la romba, esplode l'astro di fuoco, calano le tenebre, il paesaggio si scioglie in pioggia battente e gode insieme al gigante verde Farfarello.
Io? Io, come si dice, non vendo la pelle dell'orso prima di averlo ucciso.
“No, cucciolone tenerone, non parlavo di te. Tranquillo”.
lunedì 22 agosto 2011
La passera allo spiedo.
Andiamo, adelante, andiamo, la Palestina ci aspetta. Le divine imprese sono le migliori, squarti, stupri, arraffi di ricchezze, e invece di nuocere all'anima tua apparecchi, per quando giungerà il momento, il rimbalzo in paradiso. Un vero sollazzo, ogni gesto è già perdonato, è puro e salvifico, anche recarsi al lupanare, strozzarsi col vino, masturbarsi a due mani, malmenare preti, bestemmiare contro il cielo. E poiché avviandomi verso le Terre Sante sono già tecnicamente in missione per conto di Dio, mi sento areolato di santità e di invincibilità. E' fuori discussione, Dio è con me. Dopo giorni di viaggio fra i monti, lungo la via al di sotto di una selva in tal modo fitta e buia che non è mai davvero giorno, scorgo in basso un'ampia radura baciata dal sole del meriggio. Il luogo ideale ove sostare per ritemprare animo e stomaco.
Quando mancano ormai pochi passi, per uscire dalle ombre della boscaglia ed addentrarsi nel cerchio di luce, scorgo una copia di cervi copulare con furia. Afferro l'arco e incocco la freccia, mi accorgo allora della dama riccamente abbigliata che al limitare del bosco osserva il fornicare animale, e che vesti alzate si masturba frenetica.
Prendo con cura la mira, lascio il dardo che rapido e preciso raggiunge la gola del cervo maschio, che rantola sprizzando sangue. Le zampe anteriori flettono, il capo frulla come per lagnanza al fato. Quindi l'animale frana su un fianco fino a schiantare a terra, trascina con sé la femmina cuciti ancora come sono dai rispettivi sessi. Se mi sbrigo posso sgozzare la cerva prima che riesca a sciogliere l'abbraccio dell'amante. Una freccia due prede, un colpo mirabile da narrare nelle notti invernali.
Mentre finisco entrambi gli animali tengo d'occhio la madama, che sgomenta e furiosa sembra non riuscire a risolvere se fuggire o aggredirmi.
Slaccio il cinturone, lascio cadere a terra le armi, apro la patta ed estraggo la mia spada più affilata. La dama decide per la fuga ma impedita com'è dalla lunga veste turchina e dalla costituzione paffuta è subito raggiunta.
E' pugnace ma debole, graffia e morde eccitandomi ulteriormente. Lancia occhiate di fuoco, pronuncia oscure parole che hanno tutta l'aria di essere formule magiche. Distolgo lo sguardo e la rigiro di culo, le sollevo la veste e mi servo di lei come i cafoni delle pecore.
Ha natiche grasse e soffici di un pallore perfetto, mammelle grandi e molli che non riesco a fermare nelle mani. Non appartiene alla razza delle puledre nervose ma a quella delle placide porcastre, vagabondare nel suo grembo è piacevole e assai dolce.
I di lei improperi e la furia resistente aggiungono alla miscela saporosa quell'asprigno che ci vuole nella preda silvana. E' cacciagione da frollare ben bene, è certo una cinghiala, oltre che dalla forma la riconosco come tale dai grugniti che emette quando glielo pianto in culo e la fotto senza risparmio.
“Sono Fata Guardona” dice mentre affonda le zanne in profondità nella polpa del cervo. “Ho il potere di trasformarti in qualsiasi animale. Bastano poche parole e alcuni gesti e ti troveresti ad esprimerti a versi. Potresti mugghiare come il bue, zigare come il coniglio, chioccolare come il fringuello, paupulare come il pavone, goglottare come il tacchino”.
“Ho capito,” rispondo “ potrei bramare come una coppia di cervi in amorose effusioni e accendere i tuoi sensi. Ma tu lo sai di essere una bella troiona?”.
La Fata Guardona ride compiaciuta in modo così gaio, limpido e soddisfatto, che lasciato cadere il cosciotto estraggo la nerchia e con quella le spazzolo i denti. Lei solleva le vesti, si arrovescia sul prato, spalanca cosce e fica, mi si offre ghignando.
“Si potrebbe condividere un poco di strada, valente cavaliere, voi siete certo scorta virile e adeguata”.
“Ove vi recate, madonna mia, così solitaria?”.
“Sono diretta al maniero di madonna Abelarda, ove dimoro abitualmente. La signora è creatura amabile, che certo vi offrirebbe adeguata ospitalità.
“ Molto meglio di no” rispondo raggelato.
giovedì 18 agosto 2011
La micia in brodo.
Viaggio giorno e notte, nella pioggia e nel sole, solo e ramingo. E' questione di vita o di morte. Sverginare una dama senza il suo consenso è cosa assai pericolosa se ella dispone di parenti armati. Non mi lagno, da tempo rinviavo il mio viaggio in Palestina, e il clima delle terre del nord non è consono come un tempo alle mie ossa.Dormire nei boschi è scomodo, infracida le carni e intacca il vigore, perciò quando intravvedo nelle brume della sera le luci tremule di un villaggio il cuore sobbalza, lo stomaco e il sedere intonano un inno di ringraziamento.
Le strade sono un pantano, le abitazioni spelonche, il cane bastardo che mi segue lingua penzoloni è smunto, ha l'aria di chiedere lui ospitalità a me. Non pare proprio il luogo acconcio per un pellegrino bagnato ed affamato. Decido di accontentarmi di una stalla, anche solo di una tettoia, di rosicchiare all'asciutto il mio ultimo tozzo di pane secco quando mi trovo innanzi un gobbo, che ignaro della mia presenza mi precede nella via facendosi luce con una lanterna.
E' il primo cristiano del villaggio che scorgo, è pure gobbo, decido di seguitarlo a vedere se vi posso cogliere una mollica di fortuna. Dopo una cinquantina di metri si ferma all'uscio di una dimora rispettabile, una serva barbuta apre, io ne approfitto per palesarmi e chiedere cortese ospitalità.
Due ore dopo satollo, e un tantino ebbro, sorseggio un valente distillato accomodato davanti al fuoco ricoperto da vesti asciutte. Silente osservo le fiamme danzare nell'aria e ascolto il mio ospite discettare di filosofia. Non è cosa da cavalieri come il versificare eppure l'animo ne gode.
Il mio ospite è Messer Leopardo, notabile del miserabile paese, nobile di piccolo lignaggio e finissimo cinico. A causa della forma ingrata e ridicola che la natura gli ha riservato, egli si trova impedito nelle cose della vita e rifiutato dall'amore. Vive lo strazio della solitudine, lui che ha il cuore tenero e modellato sulle esigenze degli affetti, soffre così di un'infelicità senza rimedi.
A dare retta a lui venire al mondo è come coricarsi in un letto troppo duro, che impedisce ogni comodità, obbligando così ad un continuo mutare di posizione nella speranza di trovare sollievo, di afferrare il sonno, inutilmente, finché giunta l'ora, stanchi e indolenziti, ci si leva alla morte.
Oh, che orribili credenze, deboli e ritorte su sé stesse, così diverse dalla mia visione lucida e potente.
Decido di aiutare il mio cordiale ospite come ne sono capace, di intrudere della brace nelle sue vene, di invitarlo a casino. Se paga lui però.
La stanza è così bassa che mentre stantuffo la rossa lentigginosa sotto di me devo badare a non battere il cranio contro le travi del soffitto. Il letto non è certo di piume, le coperte sono sozze e sicuro cimiciose, nell'angolo alla luce della candela intravvedo l'occhio lucido di un sorcio che mi osserva con disprezzo. La ragazza però è un incanto, giovane e seducente, pulita e fragrante.
Affianco, sul medesimo letto, messere Leopardo ciancia mentre fotte la genitrice della rossa, una biondastra rachitica ma chiattona, quasi senza denti. Lui l'ha preferita, dice che i piaceri sono per gli uomini il male peggiore, la memoria di essi rovina i giorni futuri fino alla morte. Eppoi le sdentate sono ovunque rinomate come le migliori in fatto di pompe.
“Il piacere è sempre passato o futuro, non è mai presente” seguita mentre penetra un culo grosso come un continente.
Io mi lavoro la rossa con calma, la testa però mi ronza, sono distratto da riflessioni cupe.
“Principi o servi temiamo la morte, vorremmo un'altra vita a disposizione dopo quella che la natura ci ha concesso. Non abbiamo desiderio più grande. Ma solo perché vagheggiamo illusorie ore felici. Nessuno, neppure l'Imperatore, sapendo di incorrere negli stessi giorni intrisi di dolori e noia vorrebbe tornare indietro. No, meglio la morte. Sì, così, stringi le natiche. Fammi un pompino con il buco del culo”.
La rossa è selvaggina che fugge svelta nella selva, quando credi di averla raggiunta allunga il passo e ti lascia indietro a cercarne le orme. La sua vagina mi fa uscire di senno, le sue labbra avvinghiate al piacere mi fanno esplodere, le sue cosce allacciate strette ai miei fianchi mi incitano a fotterla in profondità. Le sollevo le natiche fradice di sudore e di umori, i suoi piedi accarezzano ora le mie orecchie. Colpisco lento, forte e preciso. Ad ogni botta lei sussulta e si lamenta, poi inizia a godere piano, poi urla e si dice insaziabile, ma colpo dopo colpo colmo ogni crespa delle sue voglie. Quando strilla per l'orgasmo finale è come se le nuvole sciogliessero un temporale dentro la stanza, nelle orecchie odo la romba e il semibuio è violentato dallo scoccare dei lampi. “La vita è un trucco, moneta falsa. Combatti duro rimandando il momento del premio, ma quel giorno non arriverà mai. Quando apri la borsa l'oro è solo sterco. Beate le bestie che lavorano operose senza aspettarsi niente, inconsapevoli persino della propria infelicità. Questo è il massimo dono che la natura riserva ai suoi figli, l'illusione e la stoltezza” continua a ciarlare messere Leopardo mentre frangola nel buco nero fra le chiappe della troia annoiata.
Quando lo tira fuori non si capisce se lui ha goduto o meno, non vi e traccia di seme, ma di merda sì, tanta. Si afferra la minchia ancora tesa con entrambe le mani così da sporcarle, poi si spalma la porcheria sul viso e sul petto, infine si lecca le dieci dita. Un esercizio a me ignoto, certo messere Leopardo si sarà istruito sopra uno dei suoi libri. Mentalmente me lo appunto, potrà tornarmi gradevole e utile in futuro.
“Ricorda Primo, intingi sempre quel poco piacere che la vita ti riserva in una abbondante mistura di dolore e disgusto. Ciò ti risparmierà quelle future sofferenze cagionate dai ricordi di piacevolezze troppo intense”.
Io messere Primo Ciaccola mi scuso con il simpatico piccolo pubblico di essermi spinto poco addentro nelle questioni carnali, di avere ospitato invece pensieri da filosofo che non mi si addicono, rinnovo l'appuntamento e vi faccio i più sentiti auguri. Che la pioggia, il freddo e la fame, seppur attrezzate di gambe leste, non vi raggiungano mai.
domenica 7 agosto 2011
La patata arrosto.
I castelli sono mali necessari, proteggono la nostra persona e i nostri beni, presidiano i territori, ma sono scomodi, umidi e fetidi, per questo gli uomini vi costruiscono dentro graziosi giardini olezzanti di buono, ove la madonna del luogo e le altre dama danzano, scherzano gaie, recitano versi in compagnia di cavalieri cortesi, si lasciano andare alle ore liete e ai baci fragranti.
Con indosso il mio abito migliore, in verità l'unico appena decente, i miei guanti in pelle profumata, il mio corpetto di velluto ricamato, vado eseguendo eleganti figure di ballo con gli occhi incollati alle beltà della giovane quattordicenne Cappucetta Rotta, testé giunta in visita dal cugino Rinaldo, signore del castello.
E' un buon partito dicono, certo è un' appetitoso bocconcino, il viso tondo ornato da guance naturalmente rubizze e lucide come ciliege mature, gli occhi carbonelli, due meloncine bianchissime e sode. Quando ride mostra oltre le labbra piene steccati di perla e una lingua puntuta che sembra creata apposta per le parole maliziose e i giochi arditi.
In un angolo discreto del giardino, dopo alcuni boccali di sidro dolce, la puledra Rotta alza l'abito e mostra con orgoglio un cespuglio di pelo delle dimensioni di un gattino. Mai visto un simile fenomeno, l'ottava meraviglia, una matassa morbida che prendo a pettinare con la punta delle dita.
Lei ride, io discosto con delicatezza le labbra della fessura, porto alla luce una ferita rossa come fiamma ma bagnata come mare. Basta questo delicato maneggio per produrre nella carne di Rotta sussulti e brividi, e dalla sua bocca ansare e gemere.
Riesco a fare entrare un unico dito, la bimba è scossa dalle onde dell'orgasmo, strilla, preme forte sulla mia mano che ormai annega negli umori. L'aria s'impregna dell'olezzo del suo piacere, non del tutto gradevole, come di pesce morto in acque basse.
Affido il mio duro affare alle cure delle sue tenere mani, le mordo le labbra e la lingua, lei frigna, mi desidera, m'invoca, ma non mi vuole nel suo pagliaio, si dice vergine, si conserva per lo sposo. O anima bennata.Si volta e mi offre il culo tondo e grasso come oca, mi sputacchio sul cazzo e l'appoggio sull'occhio deretano. Provo e riprovo, niente daffare, non riesco ad entrare, se spingo lei si allontana, sente male, le brucia, le pare che si rompa.
Scarso di pazienza come sono medito di volgere l'impresa ad una più agevole pompa quando una dame sconosciuta scivola nella scena. Si presenta come madonna Abelarda, nonna affezionatissima di Cappuccetta Rotta.
Subito mi punge nell'orgoglio, dice “troppo facile dispensare piacere ad una giovane inesperta, ma con una donna matura riuscirebbe il messere nel cimento di soddisfarne le voglie?”.
Oddio non è altrettanto bella ma lo spadone è ormai sfoderato, rispondo dunque a tono, appena piccato che si possa di me dubitare. “Posso fare di meglio, madonna bella, posso appagare entrambe, il tenero bocciolo e la mirabile rosa dischiusa”.
Donna Abelarda si getta all'istante in ginocchio, incomincia a succhiarlo con mirabile perizia, più che madonna pare una baldracca da lupanare.
La nipote richiede la sua parte ma l'ava la scaccia, “sciò tu che hai tempo”.
Abelarda si corica fra le siepi fiorite, incurante delle spine, allarga le cosce bianche, spalanca la fica con le mani e si offre.
Indugio in piedi per osservarne la smania, sono il signore di codesto momento quindi signoreggio. Con calma faccio disporre Rotta a gambe larghe sopra la nonna, sicché io accomodandomi fra le cosce molli di quella possa leccare la giovane vulva fetida.
L'impresa è certo nobile ma perigliosa, madonna Abelarda ha il diavolo nella fregna e invoca l'acqua santa, come un'indemoniata strepita, graffia e morde, e mai si sazia. Le ampolle mi scoppiano, la sborra scalpita, ma tengo il morso a freno, pavento che venirmene ora equivarrebbe ad una sconfitta, l'ava s'infurierebbe, di me riderebbe.
Risolvo di uscire e di lavorare la prugna con le dita, ma lei invoca la mano, il pugno, il cazzotto. L'accontento pronto ma quella ora vuole di più, entro fino al polso, ma lei ne vuole ancora, senza accorgermene nella fica ingorda smarrisco mezzo braccio.
Intanto Rotta mi lecca i testicoli e mi titilla l'ano con le dita. Non so se è armeggio consono ad un virile cavaliere ma, poiché certo non è sodomia e la ragazza è naturalmente glabra, risolvo di dilettarmi del gioco.
Finalmente nonna Abelarda raggiunge l'orgasmo fra soffi, rantoli e bestemmie che scuriscono finanche il cielo. Provo l'impulso di otturare le orecchie vergini della piccina, ma quella distesa sul dorso fra le mie possenti cosce è così presa ad ingollare il cazzo che non vi presta certo attenzione.
La parte più rischiosa della battaglia è stata condotta a buon fine, non resta che fare godere Cappuccetta Rotta per incoronarmi la cappella con il lauro della vittoria. Estraggo il braccio fradicio di umori e sangue dalla fica della nonna e lo faccio leccare alla nipote. Quindi la posiziono alla pecorina, la cappella traccia cerchi rassicuranti a corona dell'ano, è solo una finta, prese le misure con un solo colpo di reni penetro nella fica fino all'elsa, sconquasso le teneri carne mentre l'uccello sputa litri di seme e Cappuccetta ulula alla luna.
Il vostro devoto Primo Ciaccola vi saluta, vi da appuntamento più in là, lungo la strada, dove intorno al fuoco, con l'aiuto di una coppa colma, potremmo ancora scaldarci il cuore al ritmo del mio ciarlare.
Il vostro devoto Primo Ciaccola vi saluta, vi da appuntamento più in là, lungo la strada, dove intorno al fuoco, con l'aiuto di una coppa colma, potremmo ancora scaldarci il cuore al ritmo del mio ciarlare.
sabato 30 luglio 2011
Le donne, i cavalieri, gli amori, le audaci imprese io canto.
Questa è la storia che non è mai accaduta, non c'era una volta, ne c'è ora. Se davvero le cose dovessero andare male, come gli araldi vanno annunciando per le contrade, allora tutto questo che vado a raccontare un giorno accadrà. Ma allora voi avrete già scordato tutto, ogni cosa vi parrà nuova e vi riempirà di meraviglia come non l'aveste mai udita.Questa è la storia di Biancaneve Ladovia, della Fata Guardona che viveva nella soffitta del castello della nonna di Cappuccetta Rotta. Questa è la storia del gobbo di Recanati ucciso dai pensieri casti e dalle troppe pippe che incollavano le carte sudate. Qui non ci sono nani, elfi o draghi, ma Principi Azzurrini sempre ingrifati e madamigelle bagnate.
Vi racconterò del gigante verde Farfarello, esperto di arti magiche e menzogne, e delle ossa di Filippo Ottonieri, nato virtuoso, votato alla gloria e a divine imprese, vissuto ozioso e disutile, morto senza fama non ignaro della propria fortuna.
Ricordate, quello che vi vado a narrare è più vero del vero ma ha la consistenza del sogno. Non fatevi ingannare dalla vividezza delle immagini, dalla chiarezza dei suoni, dalla precisione degli odori, ve l'ho detto è reale eppure ha la solidità delle nuvole, ed è altrettanto effimero, quando avrò finito per voi sarà come svegliarvi da un lungo incantevole sonno, avrete scordato tutto, perché quello che là accade qui non lo si può in alcun modo portare.
I corpi visti da vicino sono continenti, sono mondi, immensità che raggelano l'occhio. Le carni nude di Biancaneve Ladovia, distese sul tavolaccio di cucina imbrattato del sangue delle costate di manzo e dei polli decollati, sono una di distesa immacolata da percorrere con l'ardore della lingua, che s'agghiaccia al contatto del manto nevoso. I seni sono colline gemelle sulle cui cime s'elevano due cappelle votive, il ventre è distesa piatta ove indugiare un poco, l'onfalo ripieno della mia saliva è un lago d'incanto. Proseguendo la via la lingua s'impiglia nel boschetto ruvido, spettinato, denso d'alberi e di tane d'animali, e sotto sprofonda nella più notevole delle caverne, un mondo a sé, rugiadoso, caldo, soffocante, rosso, morbido, trepidante.
La sto facendo lunga ma sono un Cavaliere cortese non un cinghiale cafone, non grufolo amo, un po' di poesia è un preliminare necessario, serve a scaldare le dame e a distinguerci dagli animali. Mi sovvengono a tale proposito dei versi garbati adatti al caso, ma lasciamoli andare.
Mi svesto delle armi, sposto la cotta di maglia, estraggo il mio maglio di carne e sangue pulsante, lo spingo nel pertugio della vacca distesa sul tavolo, lo infilo ben dentro la sorca fracida della troia a gambe allargate, sbatto poderoso con clangore di metallo e di carni, con sciaguatti e splasci. Le stoviglie tremolano, il tavolo traballa, sembra volersi schiantare. Bianca sospira, geme, urla. Le serve dietro l'uscio della cucina ridono in risposta.
Dopo le prime irruente mazzate rallento, muovo il mio affare con ritmo lento e preciso, come zangola alle prese con il burro, su e giù, un po' a destra, poi a sinistra, verso il basso e verso l'alto, di storto. Bianca soffia, mi incita con parole che non comprendo, il viso gonfio e arrossato, lucente per lo strato di sudore, pare cotenna di porco bollita.
La rivolto, mi ungo il cazzo già grondante con il grasso e il sangue di manzo, mi afferro alle tette candide, glielo infilo fra le chiappe, ben dentro il culo, con un unico vigoroso colpo, certo bastante a sgroppare una schiera di nemici a cavallo. L'occhiello cede, l'antro si spalanca, Biancaneve urla per il dolore, per il piacere, per il furore. Oh, la vita sa assai bene come celebrarsi.
Estraggo il pene impiastricciato di ciò che è vitale, cioè di merda, sangue, umori femminili, lo meno in bocca a Bianca, gridando con tutto il furore che ho in corpo che è una gran mignotta, una fottuta puttana, una bagascia bagnata, l'ora di poesia è finita, tocca alla ricreazione. Solo allora mi accorgo di una servetta di neanche dieci anni rincantucciata dietro un mastello, osserva la scena con gli occhi lustri e avidi. Oggi ha appreso cos'è l'amore gagliardo, è pure caruccia, se Dio vorrà fra qualche anno farò assaggiare anche a lei la mia lancia.
Intanto il seme sgorga in faccia alla zoccola, zampilla sulle labbra rigonfie, il cielo mi rovina sulle spalle ricurve mentre la puttana si lecca le dita e ride sguaiata. In qualche modo, lei lo sa, ha vinto ancora.
A proposito il mio nome è messere Primo Ciaccola, di nobilissimi natali al momento privo di terre e di rendite, maestro d'armi e d'amore, dedito al vino e al poetare, valoroso e leale cavaliere in procinto di partire per la Terra Santa.
Ma questa è certo un'altra storia, che il qui presente cavaliere sarà onoratissimo di narrarvi alla prossima occasione se avrete la compiacenza di ascoltare. Salute a voi nobili amici.
sabato 23 luglio 2011
Fatemi di tutto ma non sborratemi in piscina.
Non posso allontanarmi un attimo. Vado al cesso giusto a pisciare, che a casa mia se ho voglia di coca me la sniffo sulla tavola, torno e Toro Seduto, in piedi, tromba mia moglie distesa bocconi su una distesa di insalata di rognone e tartine assortite. Cazzo, non le avevo neppure assaggiate.Vado in cucina per una cassa di Cristal, quando rientro in soggiorno trovo Briatore che spompina Johnny Deep, più quella racchia di Cicciolina che ginocchioni supplica per qualche goccia di sperma. Va bene tutto, ma per favore non sporcatemi il tappeto persiano che vale un Perù.
Mi volto un secondo per due chiacchiere simpatiche con Strauss-Kahn, quella super porca di Paris Hilton subito ne approfitta per tirare fuori dalla borsetta una muta di chihuahua assatanati, da cui si fa leccare la splendida fica rosa perfettamente depilata. Bello spettacolo ma quei piccoli bastardi vanno sborrando e pisciando dappertutto.
Le feste mi piacciono, la bella gente mi piace, ma per favore non sgangheratemi la casa. Non mettete le mani sporche di salsa di fragole sul Picasso che neppure l'ho finito di pagare.
Il Monet che tenevo in bagno, sopra la tazza, per colpa delle scoregge schizzose di merda di Bruce Willis è ancora è in tintoria a smacchiare. A parte il fastidio neppure so se posso fidarmi, due giorni fa mi hanno consegnato lo smoking con uno strappo dietro la schiena e senza un bottone.
Che cazzo, la gente oggi non ha più voglia di lavorare, non ci mette la testa. S'impasticcano e non capiscono più niente. Noi drogati della vecchia guardia siamo tutta un'altra cosa. Io per esempio riesco a produrre tre film porno ogni mese e, aggrappatevi all'uccello se lo avete, contemporaneamente. Tosto eh?!
Questo mese stiamo girando 9 settimane meno un quarto, Doppia entrata anale e Penetrazione bagnata degli Ultracazzi.
Di quest'ultimo film sono particolarmente orgoglioso, la star femminile è Adelante detta Tav, acronimo di topa anelante vogliosa. A parte la sceneggiatura che è bellissima, lo scritta io, Adelante merita davvero il suo sopranome. Tav è quella cosa per cui un super cazzo alieno di un metro e mezzo riesce passando attraverso la fregna a eiaculare direttamente in bocca. Uno spettacolo unico.
Mi rollo uno spino sotto la palma di plastica. Mentre fumo provo a meditare sul fine ultimo della vita, non riesco, King Kong fra i rami fa le feste a Tarzan. A parte lo strepito, verso la fine mi tocca anche spostarmi per evitare gli schizzi. Mi sono appena fatto lo shampoo.
Anche Doppia entrata anale a suo modo è un capolavoro. E' una storia drammatica dal finale tragico. Oltre la sceneggiatura mi occupo della regia e recito persino in un piccolo cammeo. Una cosa semplice e breve ma molto toccante. Interpreto Storto, un Pierrot triste dotato di un fine orecchio musicale e di una banale banana anale che dentro la carne, fra le ossa, suona come un piffero una nostalgica melodia, come un lamento di cornamusa in vera pelle di gatto egiziano.
Alla fine della scena il liquido sgorga cremoso, poi piano esce appiccicoso, gelato sciolto che raccolgo nel palmo e in cui immergo le punte di fragola delle grandi tette al silicone di Adelante. Le ungo le labbra rifatte, rosse come una ferita, ma finisce subito, allora entro con le dita nella fregna anelante, raspo per un po', esco grondante del latte del mio chiavistello e del miele sciolto del suo favo. Toccante, non trovate?
Poi la storia finisce male. Adelante, disperata per essere stata abbandonata dal suo amante, una notte si rinchiude in un maneggio e si suicida per indigestione di sperma. Ne inghiotte così tanto che gonfia ed esplode. Pezzi e sugo bianco da tutte le parti.
E' una serata così bella che potrei morire di caldo. O di zanzare. Per ora soprassiedo ma più tardi, dopo un po' di benzedrina, magari ci faccio sopra un pensierino serio serio. Per ora vado sulla terrazza a godermi la vista del mare e a mangiarmi un doppio sandwich con burro, alici e olive condite.
Becco Violetta, la cameriera di mia moglie, in un losco mescolarsi col fiato addosso di Mickey Rourke. Sì che Mickey è strafatto lo sa lui di cosa, ma Violetta è un vero cesso ripieno di stronzi su due gambette corte che strascinano il culo giusto raso terra. Quello mugola come una iena nel deserto mentre strofina il pene nell'incanto dell'ascella. Una cosa mai vista, per riuscirci si è dovuto inginocchiare, cazzo.
Ehi, lo sapevate che il pezzente lavorava per me? Che faceva la maschera nello stesso cinema porno dove Nicolas Cage vendeva popcorn? Guardate com'è ridotto ora.
Naa, non ci posso credere, lo ha fatto apposta di sicuro. Super sborra impenitente ha preso la mira, mi ha schizzato un lungo fiotto sul panino proprio quando stavo per dare il primo morso. Il panino glassato di sperma, ve lo giuro, no.
9 settimane meno un quarto è una storia di fantascienza. Il titolo si riferisce alla durata del rapporto sessuale tra un astronauta in astinenza e una bella aliena con tutta la superficie del corpo ricoperta di vagine gonfie e vogliose. Roba impegnativa per un maschio solo, non trovate? Solo a dare quattro colpi ad ogni patata finisci la giornata. E ancora non vi ho detto dei buchi di culo.
Questo film è un pornaccio pieno di cazzi e sopratutto di fregna, ma queste le imbottiamo sì di litri di sborra ma sopratutto di autentica poesia. Pensate un cazzo infrascato fra le stelle conta le lune e i pianeti di quelle. L'aliena, si sa, ha tante fiche grandi, grondanti galassie squarciate fra le gambe, è avvolta in nubi di luci colorate che pulsano piacere. E' proprio una magnifica grande gnocca.
Cazzo no, non mi posso distrarre un momento. Chuck Norris, ciucco come un imbucato alle nozze di Canaan, con due calci volanti rotanti, in un paio di secondi, svergina una piccola ma devota comunità di suore e le spara in acqua. Il Comissario Rex e quel porco di Arnold Schwartzenegger sguainano il salsicciotto e si tuffano.
Eh no, cazzo, fate di tutto ma non sborratemi in piscina.
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